CALTANISSETTA – È giunto il tempo d’esser chiari: Caltanissetta sta morendo.
Colpita fatalmente nel 1992, sta ormai morendo da vent’anni, e d’una morta lenta e inesorabile. Sta morendo d’accidia, di noia, sta morendo di silenzio. È come se un torpore inarrestabile avesse avvolto, ed ancora continui ad avvolgere la città tutta, dai suoi abitanti a chi li governa, per imbrigliare perfino quei giovanili impulsi che, più di altri, dovrebbero spingere verso il futuro ogni tipo di società civile. Il problema è di carattere nazionale, eppure sembra che in questa nostra città esso, chi sa perché, si presenti con più veemenza e forza rispetto agli altri centri italiani. Nel cosiddetto “Castello delle Femmine” infatti, commercianti, professionisti, politici, operai, imprenditori,casalinghe e in sostanza tutte quelle categorie sociali che dovrebbero lottare per il progresso, appaiono invece sfiancate, come destituite della loro ragion d’essere: appaiono cioè senza speranza.
Indagare le cause che hanno costretto Caltanissetta in un simile clima di sfiducia generale, sarebbe impresa assai prolissa e forse quasi inutile; analizzarne le conseguenze risulta tuttavia fondamentale.
Cosa accade a una comunità che accetta in silenzio qualsiasi decisione politica, senza prima discuterla, né approfondirla, e senza nemmeno conoscerla? Quale futuro attende quei cittadini che, miopi dinanzi al bene comune, badano solo ai propri interessi particolari? E infine quale avvenire possono per i loro figli, quei padri che considerano ogni scelta politica come semplicemente calata dall’alto, e perciò inconoscibile e insindacabile? Le risposte a queste domande sembrano già risuonarvi in mezzo, ciò malgrado è bene esplicitarle: nessun avvenire, nessun futuro, ecco cosa ci attende.
Si dice che la classe politica è lo specchio della società su cui governa. Quindi se i nostri politici locali ci appaiono inefficienti, probabilmente è arrivato il momento di domandarci se non siamo noi per primi ad essere inefficienti. Giunti ormai sull’orlo dell’abisso, ora che possiamo quasi scrutarne il fondo, abbiamo il dovere sacrosanto di chiederci se il torpore che serpeggia da due decenni tra le stanze del Palazzo del Carmine, non ha avuto origine proprio da noi. Si da noi! Noi che guardiamo solo al nostro orticello, noi che stimiamo lo Stato come un manipolo di ladri e di incompetenti, noi nisseni sempre pronti a criticare senza neanche conoscere l’oggetto della nostra critica. Perché il punto è proprio questo; la nostra non conoscenza, per non dire la nostra ignoranza.
Arriviamo adesso al nocciolo della questione. Quanti sanno che allo stato dell’arte Caltanissetta è completamente tagliata fuori dal raddoppio della strada statale 640 in direzione Agrigento? E ancora, quanti tra noi, e si sentano in questo “noi” compresi anche i politici, si sono posti il problema che l’unica uscita prevista della 640, all’altezza per intenderci di Scaringi, isola in maniera definitiva il centro storico della nostra città?
Ma andiamo con ordine. È bene che tutti siano informati riguardo alla ciclopica opera che vediamo poco a poco prendere forma intorno a Caltanissetta. Essa si pone come obbiettivo quello di raddoppiare la strada statale 640 di collegamento verso Agrigento, trasformandola di fatto in una vera e propria autostrada a due corsie separate. L’opera, evidentemente statale, è stata concessa in appalto dall’ANAS alla ditta Empedocle 2 che se ne assume la completa responsabilità di esecuzione. Poiché il raddoppio della 640 attraversa vari centri abitati, la legge italiana prevede che in ciascuno di essi le amministrazioni indichino alla Empedocle 2 di eseguire dei lavori detti di “compensazione” per il collegamento di ogni centro con la nuova arteria viaria, e per rifondere ogni città attraversata dei disagi subiti a causa dell’ampliamento stradale. Ad oggi però l’unico svincolo che consentirebbe l’accesso a Caltanissetta è previsto all’altezza di Scaringi, come già detto, a una distanza dal centro storico di circa 20 Km in direzione sudovest.
Le conseguenze della realizzazione di questo unico punto di accesso sono di facile comprensione anche per i non addetti ai lavori. Non solo infatti per raggiungere Piazza Garibaldi dall’uscita prevista si impiegherebbe più di un’ora di marcia, considerato l’incremento esponenziale del traffico in quella zona d’accesso e lungo tutto Viale della Regione, ma si arriverebbe anche a una conformazione urbana secondo cui il centro storico di Caltanissetta non si troverebbe in pratica ad essere più al centro della città. La pianificazione urbanistica di questi anni ha d’altronde già marginalizzato totalmente la zona circostante Piazza Garibaldi, per favorire uno sviluppo edilizio che riguarda solamente l’asse sud e sudovest, verso il quartiere San Luca e verso il comparto di Ponte Bloy. Va da sé perciò che se l’unico svincolo d’entrata alla città fosse realizzato anch’esso in quella zona, la lenta morte del centro storico e con esso di Caltanissetta in genere, arriverebbe al suo compimento definitivo.
In questo panorama che sembra ormai sul finire, risplende però ancora una flebile luce d’opportunità, e cioè quella prevista dalla legge tra le opere di compensazione, e ad oggi sul punto d’esser inspiegabilmente cancellata, di realizzare un altro svincolo d’accesso a Caltanissetta all’altezza della contrada Anghillà. Questo svincolo potrebbe sorgere nella direzione opposta rispetto a quello già stabilito, e in particolare in direzione nordest, proprio nel punto in cui l’attuale strada provinciale 202 verso il Parco dell’Imera va quasi a sfiorare la strada 640 di cui è previsto il raddoppio. Tale collegamento, oltre che di facile realizzazione in quanto le due strade risultano essere complanari per circa un chilometro, consentirebbe non solo di creare una vera e propria tangenziale intorno alla città, ma finirebbe anche per collocare il centro storico di Caltanissetta nella sua posizione geometrica naturale: e cioè al centro di tutta la città. Stando così le cose invece, è come se la piazza volgesse le spalle a tutto il comparto che va dalla Badia al villaggio Santa Barbara, per aprirsi esclusivamente sul versante sudovest, quasi che tutta la città che retrostante non avesse più alcuna importanza. Lo svincolo Anghillà potrebbe viceversa far rifiorire, e commercialmente e dal punto di vista urbanistico, tutta la zona a nordest del centro storico, partendo proprio dalla Badia, fino alla via Xiboli e alla via di Santo Spirito, senza escludere lo stesso villaggio di Santa Barbara. Dal punto di vista storico-monumentale è poi opportuno ricordare che, oltre al Parco dell’Imera, nella zona ove dovrebbe sorgere il nuovo svincolo Anghillà, insiste anche l’ameno canyon di Sabucina, il quale, al di là delle sue valenze paesaggistiche, presenta al suo interno alcuni reperti di straordinario interesse, e nella fattispecie una necropoli preistorica risalente alla civiltà dei Sicani, insieme a tracce di popolazioni più recenti databili intorno al IV secolo a. C.
Tirando le somme i vantaggi che deriverebbero a Caltanissetta dalla realizzazione dello svincolo Anghillà – Santo Spirito sono i seguenti.
Riqualificazione reale del centro storico che andrebbe finalmente a coincidere con il centro geometrico di tutto il territorio di Caltanissetta; rinascita commerciale del centro storico che disterebbe dallo svincolo Anghillà – Santo Spirito solo sei chilometri contro i circa venti che lo separano dallo svincolo già stabilito all’altezza di Scaringi; rifioritura di tutta la zona nordest che attualmente versa in uno stato di completo abbandono; decongestionamento del traffico urbano ed extraurbano; qualificazione del tesoro inesplorato costituito dal canyon di Sabucina; possibilità di creare un itinerario turistico che dall’autostrada conduca direttamente al sistema storico artistico costituito dal Parco dell’Imera, dai reperti di Sabucina, dall’abbazia di Santo Spirito e dal Museo Archeologico limitrofo. A tutto ciò va aggiunta la funzione fondamentale che la realizzazione dello svincolo Anghillà garantirebbe ai parcheggi di Medaglie d’Oro, e a quelli previsti presso San Francesco e lungo la via Xiboli, il cui raggiungimento dallo svincolo di Scaringi è quasi impossibile.
Per tutte queste ragioni e per tutte quelle che, consciamente o meno si sono volute omettere, chi scrive è pienamente convinto che la realizzazione dello svincolo Anghillà – Santo Spirito sia una questione che riguardi il futuro lavorativo, commerciale e culturale di tutta la città di Caltanissetta, e che per questo motivo dovrebbe interessare tutta la cittadinanza, con particolare attenzione ai commercianti del centro storico che stanno vedendo poco a poco sfiorire il lavoro di una vita.
La realizzazione dello svincolo Anghillà – Santo Spirito potrebbe essere l’ultima possibilità di rivalsa per Caltanissetta. Essa non deve riguardare solo una fazione politica, non deve avere solo un colore, né deve essere strumentalizzata da un partito o dall’altro per accusare i propri avversari di inettitudine. La richiesta per lo svincolo Anghillà – Santo Spirito, dovrebbe essere condotta innanzi all’unanimità da tutte le forze politiche che davvero tengono al futuro di Caltanissetta.
Ci siamo già lasciati sfuggire l’occasione dell’Università, allo stesso modo abbiamo accantonato il progetto C.E.F.P.A.S, e con la stessa indolenza abbiamo assistito alla soppressione della sede della Banca d’Italia. Stiamo anche per perdere la Corte d’Appello. Ma adesso io mi chiedo, quanti altri treni dovranno passarci davanti, prima che questa città inizi davvero a svegliarsi?
Combattere perché Caltanissetta non sia tagliata fuori dalle principali vie di comunicazione è ancor prima che un nostro dovere, un nostro diritto di cittadini italiani.
Marco G. M. Palermo

