Chiunque abbia una casa vuota in Sicilia, negli ultimi anni, si è sentito dire almeno una volta la stessa frase: mettila su Airbnb. Il ragionamento sembrava a prova di errore. I turisti aumentano, la casa c’è già, le foto le fa il cugino con il telefono, le chiavi le consegna la zia che abita al piano di sotto, le pulizie si organizzano di volta in volta. Bastava questo e il vecchio appartamento diventava uno stipendio in più. Migliaia di famiglie ci hanno provato, e una parte consistente di loro oggi ha in mano un bilancio molto meno entusiasmante di quello che immaginava.
Il paradosso è che il settore, nel frattempo, non si è affatto fermato. L’associazione di categoria Aigab stima che a giugno di quest’anno risultassero attive in Italia circa quattrocentonovantaduemila seconde case con un annuncio online, un mercato che sostiene un indotto valutato intorno ai centocinquantamila posti di lavoro. In Sicilia la crescita è stata particolarmente forte a Palermo e nelle isole, Eolie ed Egadi, mentre a Siracusa il fenomeno ha raggiunto una densità che il Rapporto Svimez colloca a oltre ventotto strutture extralberghiere ogni mille abitanti, più del doppio di Palermo e Catania. La torta, insomma, è cresciuta. Solo che sono cresciute molto di più le fette, e quando le fette aumentano più della torta il risultato è aritmetico: la fetta media si assottiglia.
Che i margini si stiano comprimendo lo si vede bene nelle città che hanno fatto da avanguardia al fenomeno: a Venezia i profitti degli affitti brevi risultano calati di oltre il sedici per cento e a Firenze di oltre il dodici, con tassi di occupazione e tariffe medie in flessione.
Nel frattempo il fai da te è diventato più costoso, tra la cedolare secca che sale al ventisei per cento dal secondo immobile, l’obbligo di partita IVA dal terzo e una catena di adempimenti che comprende il codice identificativo nazionale, quello regionale siciliano e i nuovi obblighi di trasparenza imposti alle piattaforme. Gestire una casa per turisti, oggi, somiglia molto più a un’attività d’impresa che a un favore fatto a un cugino.
La conclusione che molti traggono, cioè che si tratti di una bolla in via di scoppio, è però sbagliata. Il turismo in Sicilia non arretra: le stime degli osservatori regionali per l’estate scorsa parlavano di circa due milioni e novecentomila arrivi e oltre undici milioni di presenze, con una quota di stranieri intorno al quaranta per cento. Il punto non è che il mercato si sgonfia, è che ha smesso di essere generalista. Funziona bene per alcune strutture e benissimo solo per poche, e la differenza non la fa la fortuna.
La fa, molto banalmente, il mestiere. Guadagnano davvero le case che hanno qualcosa da dire, le ville con la piscina, gli immobili con vista o dentro un centro storico che i turisti cercano per nome. Guadagnano quelle arredate con un’idea, fotografate da un professionista invece che di sfuggita, presentate con la stessa cura con cui un albergo cura la propria vetrina.
Guadagnano quelle che stanno contemporaneamente su più portali senza rischiare doppie prenotazioni, perché si affidano a uno dei gestionali che tengono allineati i calendari e la contabilità, da Lodgify a Guesty fino agli italiani Octorate e Krossbooking. Guadagnano quelle che cambiano il prezzo ogni giorno seguendo la domanda, spesso con l’aiuto di piattaforme di tariffazione dinamica come PriceLabs, Beyond Pricing o Wheelhouse, invece di lasciare la stessa tariffa da giugno a settembre, e che quindi non svendono la settimana di ferragosto né restano vuote a fine maggio. Guadagnano, soprattutto, quelle gestite da qualcuno che risponde in fretta, perché un messaggio lasciato in sospeso per sei ore è una prenotazione che va a un’altra casa, e perché i portali stessi premiano chi risponde presto mostrando gli annunci più in alto.
È esattamente in questa casella che negli ultimi due anni è entrata l’intelligenza artificiale, e non nella forma spettacolare che si immagina: sono programmi che leggono i messaggi degli ospiti in qualunque lingua, rispondono alle domande ricorrenti a qualunque ora e passano la palla a una persona quando la questione è delicata. Alcuni di questi strumenti nascono all’estero, altri molto più vicino di quanto si pensi, e vale la pena nominarli con una certa soddisfazione: BuddyChat lo hanno costruito tre ragazzi trentenni, due dei quali hanno studiato a Catania, per risolvere il problema che avevano in casa propria, cioè la gestione dei loro appartamenti, e per un anno lo hanno collaudato su quelli prima di venderlo a qualcun altro. Di giovani siciliani con una laurea in tasca si parla quasi sempre nel momento in cui prendono un aereo: qui si parla di tre che sono rimasti a costruire qualcosa, e che da qui provano a venderlo al resto d’Italia.
Il risultato di tutto questo è un settore che si sta separando in due. Da una parte chi ha
trattato l’affitto breve come un mestiere e continua a guadagnare, spesso più di prima, perché eredita i clienti di chi si arrende. Dall’altra chi lo ha trattato come una rendita automatica e oggi si ritrova con recensioni mediocri, un calendario mezzo vuoto e una serie di adempimenti da rispettare comunque. Per la Sicilia, che sul turismo ha costruito una parte crescente della propria economia, non è una brutta notizia. È la fine della fase amatoriale, e la fine di quella fase è normalmente il momento in cui un settore comincia a creare lavoro vero.

