M5S: dal ‘Vaffa day’ a partito dentro i Palazzi, i 10 anni di M5S.

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Dalla rivoluzione del ‘Vaffa day’ lanciato da Grillo nel 2007 alla nascita del Movimento 5 Stelle, nel 2009 e, poi, ‘obbligato’ a fare i conti con le logiche del Palazzo, con le trattative per dar vita a un esecutivo e, infine, con una crisi di governo, formalizzata oggi dal premier Giuseppe Conte, vissuta direttamente sulla propria pelle. A guardare la ‘parabola’ di M5s, in questi 10 anni, non si puo’ non ricordare l’arrivo dei pentastellati nei palazzi romani, con le elezioni politiche del 2013, segnato dallo slogan ‘apriremo il Parlamento come una scatoletta di tonno’. M5s, nelle urne, volo’ al di sopra delle aspettative e porto’ alla Camera oltre 100 deputati, facendo entrare al Senato piu’ di 50 parlamentari. Luigi Di Maio diventa, a soli ventisei anni, il vicepresidente di Montecitorio. Roberto Fico, ora terza carica dello Stato, e’ eletto presidente della Commissione di Vigilanza Rai. Nonostante l’esito dell’allora voto non consentisse a nessuna formazione politica di poter governare da sola, M5s non si allea e chiude a qualsiasi ipotesi di appoggio a esecutivi che non siano a 5 Stelle. Linea confermata durante gli streaming dei tavoli di confronto con gli altri partiti (resta famoso quello del faccia a faccia con Bersani). Ed e’ da questa posizione che porta avanti le sue battaglie. Nella scorsa legislatura, quindi, i 5 Stelle ‘conservano’ ben stretta la mission delle origini (con tanto di proteste, occupando l’Aula o salendo sul tetto di Montecitorio per srotolare striscioni). Dentro i palazzi si’, dunque, ma per renderli trasparenti e vicini ai cittadini.

 Alle europee del 2014 il Movimento perde voti rispetto alle precedenti elezioni, ma elegge 17 parlamentari in Ue. Bisogna aspettare pero’ le politiche del 2018, con Di Maio diventato oramai capo politico del Movimento, per vedere quanto il Movimento e’ cresciuto ma, allo stesso tempo, ha anche iniziato per un certo verso a dover cambiare pelle: si afferma come primo partito in Italia con oltre 200 deputati e oltre 110 senatori. Tante le new entry ma anche tante le conferme di chi ha alle spalle gia’ una legislatura. Meno streaming – ridotti ormai a zero – e soprattutto meno lacerazioni interne rispetto al primo ingresso in Parlamento, segnato da espulsioni e abbandoni dei rispettivi gruppi di Camera e Senato, anche se gli addii forzati non sono mancati in questa tornata. Quindi, arriva la prima esperienza di Governo con la Lega, dopo settimane di faticose consultazioni. E le responsabilita’ conseguenti al nuovo ruolo istituzionale, che non rende possibile, o quanto meno complica, la possibilita’ di andare dritti sulla propria strada senza tenere conto delle esigenze e le richieste dell’alleato. Anche se alla base dell’Esecutivo c’e’ un contratto siglato fra i due partner. Resta fermo il paletto delle scelte condivise con la base attraverso la piattaforma Rousseau, ma certo non manca l’obbligo di dover assumere decisioni nel chiuso delle stanze di palazzo Chigi. I nodi da sciogliere non mancano: dalla Tav alla riforma delle Autonomie regionali, dalla flat tax, pensata in un certo modo, al decreto sicurezza, alla riforma della giustizia, al tavolo ‘parallelo’ del leader della Lega – che ha incontrato le parti sociali al Viminale – sulla manovra, per citarne alcune. Fino al gelo registrato fra Di Maio e Salvini in queste ultime settimane. In uno scambio di reciproche accuse, con Salvini che sostiene di aver smascherato l’inciucio dei 5 Stelle con il Pd e il Movimento che ne chiede le dimissioni. E se il segretario di via Bellerio lancia un ultimo appello a M5s per approvare il taglio del numero dei parlamentari e poi andare a votare, e la Lega ritira la mozione di sfiducia a Conte, sembra piuttosto difficile il cammino di una ricomposizione fra i due. E ora, per la seconda volta nel giro di poco piu’ di un anno, il Movimento si trova nuovamente ad avere a che fare con le trattative. Ora sara’ il Pd il possibile interlocutore, ma anche se l’anima movimentista dell’inizio resta ben radicata – almeno in una parte dei pentastellati – e’ inevitabile che i 5 stelle debbano nuovamente fare i conti con la real politik per verificare la possibilita’ di dar vita a un nuovo governo. Anche se l’opzione di tornare alle urne resta sul tavolo con le stesse percentuali.

di Marvin Ceccato – AGI

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