CALTANISSETTA – RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO. Qualche giorno fa, percorrendo la strada che da Caltanissetta va verso Agrigento, con la memoria, tornavo indietro nel tempo, agli anni 50 , finite le scuole, io e mio fratello andavamo a trascorrere le vacanze a Favara dallo zio Carmine, in campagna. Mio padre ci affidava agli autisti della Ditta Costanza, cugini di papà, che trasportavano balate di zolfo, dalle miniere del Nisseno e dell’Ennese, per essere scaricate sulle banchine del porto di Porto Empedocle e poi essere caricate sulle navi e portate pure in Inghilterra, Francia e America per essere impiegate in agricoltura o nell’industria bellica, per farne, come spesso accadeva strumento di morte. Quel viaggio era quasi un’ avventura, i camionisti del tempo, facevano tanta fatica per condurre il mezzo, ci volevano braccia forti nei tornanti della vecchia strada attraversando tanti paesi più o meno noti. Su quella strada furono trasportate quantità enormi di zolfo, basti pensare che dal porto di Porto Empedocle nel 1888 furono esportate 1.847.350 cantare di zolfo (un cantaro corrispondeva a kg. 79,342), quanta fatica e sfruttamento,quanti morti nelle viscere della terra per estrarre il minerale che si coltivava “ a rapina “ e i vuoti che non venivano riempiti cedevano provocando tanti morti. Quante lotte si sono dovute fare per avere condizioni di vita e di lavoro degne di questo nome, per cancellare la pratica dei contratti di affitto dei “carusi” al picconiere, dove era sancito il cosidetto “ peso morto”. Dalle miniere della provincia di Agrigento a quella di Caltanissetta, un tempo unica provincia con Enna, prima che il Fascismo pensò di farne provincia, per fare un torto a Don Luigi Sturzo, fondatore del Partito Popolare, che invece di fare provincia i paesi del Calatino con capoluogo Caltagirone, nominò provincia Enna, tagliando la gran parte dei comuni alla provincia di Caltanissetta e altri a quella di Catania. Caltanissetta era considerata la capitale dello zolfo. E per questa ragione vennero aperti gli uffici del “ Regio Corpo delle Miniere”. Tocco all’Ingegnere Carlo Conti, Capo dell’ufficio, stilare la relazione sull’infortunio del 12 Novembre 1881, dove uno scoppio di grisau alle 6,15, provocava la morte di 65 minatori dei 96 che quella mattina si trovavano nelle gallerie della miniera Gessolungo e tra questi tanti “carusi”,di alcuni non se ne conoscerà mai il nome. Scrive l’ingegner Conti, “ Lungo il tragitto incontrai diversi infelici, in numero di una ventina circa, che venivano trasportati in città, e che portavano i segni di gravi scottature e contusioni”. Mentre continuo a pensare mi trovo davanti ad una grande rotatoria e a un cartello con la scritta ” Strada degli Scrittori” con i nomi degli scrittori e con il tracciato della strada.
Io penso che sarebbe stato meglio chiamare la nuova strada “ Strada dello zolfo” per segnare l’identità della fascia centro meridionale della nostra Sicilia, per fare in modo che dopo avere visitato la valle dei templi o la villa del Casale, si potessero visitare i siti minerari oramai chiusi da tempo e in stato di completo abbandono. Bisognerebbe ripulire gli esterni, sistemare i locali adibiti a lampisteria, a sala compressori, a sala argano, ad officine, spogliatoi, uffici e ai calcheroni dove si separava il minerale dallo sterile. Dare una idea di quello che è stata la miniera, e l’economia ad essa legata cercando di far ritornare i vecchi siti fattore di sviluppo economico, anche con l’utilizzo di materiale audio visivo, ad esempio ” Minatori di zolfara” di Giuseppe Ferrara del 1962, girato presso la miniera Gessolungo.
Scrive Leonardo Sciascia nel suo “ Alfabeto Pirandelliano ” alla voce ZOLFO, partendo da un rapporto sullo stato delle miniere di zolfo nella provincia di Agrigento, dove venivano citati costi e ricavi, dell’impatto sulla economia delle famiglie gestori delle miniere di zolfo come la famiglia Pirandello colpiti dalla crisi dovuta probabilmente all’allagamento della miniera a causa della quale venne a mancare l’assegno che ogni mese dava sostentamento alla famiglia. Sciascia Continua: “ Ma a parte l’incidenza che la crisi delle zolfare l’allagamento di quella di Aragona ebbero nella vita di Luigi Pirandello e della sua famiglia, un più intrinseco rapporto si intravede – e meriterebbe lungo e attento studio – tra la zolfara e l’avvento della scrittore in quel vasto altopiano che va da Girgenti a Castrogiovanni ( da Agrigento ad Enna ). Senza l’avventura della zolfara non ci sarebbe stata l’avventura dello scrivere, del raccontare: per Pirandello, Alessio Di Giovanni, Rosso Di San Secondo, Nino Savarese, Francesco Lanza e per noi”.
“ Quel vasto altopiano”, non è altro che il nuovo tracciato della strada. Bastava scrivere su quel cartello quanto scritto da Leonardo Sciascia. Queste le ragioni perché quella strada,a mio avviso, sarebbe stato meglio chiamarla “ LA STRADA DELLO ZOLFO”.
Nicola Boccadutri

