Il dibattito pubblico italiano sui referendum per la giustizia si è consumato, ancora una volta, sull’altare di una dialettica tossica, riducendo una questione di vitale importanza democratica a una rissa da cortile. Invece di una disamina chirurgica dei quesiti — dalla separazione delle carriere alla riforma del CSM — abbiamo assistito allo spettacolo deprimente di una propaganda che ha preferito la demonizzazione dell’avversario al merito delle riforme.
L’Arma della Criminalizzazione
Da una parte e dall’altra, l’interlocutore non è stato trattato come un portatore di una visione alternativa, ma come un nemico della Repubblica.
- Per i sostenitori del No, ogni spinta riformatrice è stata dipinta come un subdolo attentato all’indipendenza della magistratura, un “regalo ai potenti” o, peggio, un tentativo di restaurazione dell’impunità.
- Per i sostenitori del Sì, chiunque sollevasse dubbi tecnici è stato sbrigativamente etichettato come un “servo delle correnti” o un complice del giustizialismo più bieco.
Questa polarizzazione corrosiva ha trasformato il cittadino da arbitro consapevole a tifoso accecato. Quando il confronto scade nella criminalizzazione, la complessità del diritto — che richiederebbe l’uso del bisturi — viene abbattuta con l’accetta dell’ideologia.
Il Vuoto Pneumatico dei Contenuti
Mentre i palchi televisivi si riempivano di anatemi, il merito dei quesiti spariva nell’ombra. Non si è discusso di come velocizzare i processi o di come garantire un’effettiva parità tra accusa e difesa; si è preferito evocare spettri.
“La dialettica si è fatta fango: non si confuta l’idea, si distrugge l’uomo che la pronuncia.”
Questo metodo non è solo intellettualmente onesto in meno dello zero, ma è pericolosamente eversivo nel metodo. Se l’unico modo per sostenere una tesi è descrivere l’opponente come un criminale o un eversore, significa che la politica ha abdicato alla sua funzione primaria: la sintesi democratica.
Una Sconfitta per la Democrazia
Il risultato di questa “propaganda dell’odio” è sotto gli occhi di tutti: un elettorato stordito, disinformato e, in ultima analisi, disinteressato. Il fallimento del dibattito referendario non risiede nell’esito delle urne, ma nella desertificazione culturale che lo ha preceduto. Abbiamo scambiato la riforma della giustizia con un regolamento di conti tra fazioni, lasciando che il livore sostituisse la logica.
In un Paese che soffre di una giustizia lenta e spesso ingiusta, limitarsi a urlare contro “le toghe rosse” o “i politici corrotti” non è fare politica: è fare sciacallaggio retorico.

