“Oggi è crollato anche il mio cuore, quella casa era il nostro focolare, l’avevamo voluta proprio così e io avevo fatto il progetto”. Così l’architetto Roberto Palumbo, proprietario della palazzina di tre piani crollata ieri nel precipizio di Niscemi, parla con il Corriere della sera di una delle case ‘simbolo’ della frana. “C’era la nostra vita lì dentro – ricorda Palumbo – quella dei miei figli, di mia moglie, ora lei non c’è più. Se n’è andato un grosso pezzo del nostro mondo. Per fortuna siamo riusciti a recuperare le cose più importanti, il cane, le auto, le foto, le lettere, i quadri. I mobili no ma quelli si ricomprano”. È stata costruita nel 1974 con criteri antisismici su suo progetto.” «Infatti – spiega l’architetto – ha resistito quasi contro la legge di gravità, fino a questa mattina (ieri, ndr). Ma era tecnicamente impossibile che potesse rimanere in piedi». Nessun abusivismo. «È stata costruita con regolare concessione edilizia, come lo sono le altre che le stavano vicine e sono rimaste ancora in piedi, dove ci abitavano i cugini. Sono uguali perché le ho costruite tutte io. Sono state pensate per essere architettonicamente e ingegneristicamente indistruttibili». Palumbo ha 76 anni e abitava in questa casa da oltre mezzo secolo. Lì sono nati i suoi figli che ne hanno 51 e 46, una avvocata a Catania, l’altro architetto a Caltagirone. L’architetto parla di “disastro annunciato” perché, osserva, “si sapeva dalla frana del 1997 che sarebbe successo, se non si fosse fatto nulla”. “Ma in Sicilia c’è malcostume – aggiunge – frego oggi, frego domani, poi ne parliamo che tanto nessuno verrà punito. Ma stavolta deve andare diversamente. I maledetti devono pagarla… Le case del centro storico sono tutte regolari, non c’è stato alcun abusivismo, c’è stata solo negligenza, strafottenza e delinquenza da parte degli organi competenti». È dal 1997, dice, che lui e i suoi colleghi tecnici fanno istanze. «Abbiamo chiesto la demolizione delle case abbandonate, il consolidamento del costone, interventi di drenaggio per far defluire le acque, l’alleggerimento del sottosuolo con la piantumazione di alberi ad alto fusto invece di metterci cemento. Non è stato fatto nulla, e queste sono le conseguenze». A Niscemi si parla di new town , ma lui non ha dubbi: «Io resterò. Qui sono nato, ho cresciuto i miei figli e ho costruito la nostra casa che aveva un grande giardino». (ANSA).
di Redazione 3
Dom, 01/02/2026 - 12:59

