“Rosalia, prepara le valigie. Voglio tornare in carcere”. Sono le 20.27 del 22 maggio 1995 e mancano appena due giorni al processo sulla strage Borsellino a Caltanissetta. Vincenzo Scarantino, l’ex pentito che da pochi mesi aveva iniziato a raccontare retroscena inediti, poi rivelati clamorosamente falsi, sulla strage di via D’Amelio, parla al telefono con la moglie Rosalia Basile. Non sanno di essere intercettati. Scarantino ha appena finito una interrogatorio con la pm Annamaria Palma, che coordina l’inchiesta. Un interrogatorio durato dalle 16 alle 18, come risulta dagli atti. Ma succede qualcosa e al suo ritorno a casa decide di tornare in carcere, forse per svelare il depistaggio. Ma sono solo supposizioni. La rivelazione emerge dalle 19 bobine trascritte e depositate dalla Procura di Messina alla Procura di Caltanissetta. Centocinquanta pagine con le trascrizioni di tutte, anzi di quai tutte le intercettazioni di Scarantino. Perché dalle bobine risultano diverse telefonate non registrate. Più volte. Anche con un numero riferibile alla Procura di Caltanissetta. Ma cosa succede tra le 20.27 del 22 maggio alla mattina del 24 maggio 1995, quando Scarantino si presenta puntualmente davanti alla Corte d’assise di Caltanissetta per proseguire il suo depistaggio, le sue false rivelazioni. Anzi, fa di più. Dice a gran voce: “Pentitevi tutti!” rivolto agli altri boss mafiosi. Cosa è successo? “A qualcuno si sono aperti parziali ricordi dopo che sono stati trovati i nastri con l registrazioni e la stampa ne ha dato atto – dice oggi l’avvocato Rosalba Digregorio, che rappresenta il legale degli imputati che furono accusati ingiustamente e condannati all’ergastolo, prima di tornare in libertà grazie al processo di revisione – Qualcuno, sentito prima del ritrovamento delle bobine, aveva le amnesie totali – dice ancora l’avvocato – si sa, dopo tutti questi anni, con tante indagini che ognuno fa, é facile rimuovere il ricordi… O non è così?”. E aggiunge: “Prima tutti erano più sereni e beatamente smemorati perché era davvero difficile pensare che si trovassero carte e registrazioni bellamente ‘tolti’ dai fascicoli della strage e archiviati in fascicoli a carico di ignoti…”.
Per il depistaggio sono a processo tre poliziotti: Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei, che appartenevano al Gruppo Falcone e Borsellino che si occupava dell’inchiesta sulle stragi. Erano loro a occuparsi, giorno e notte, del pentito Scarantino con la sua famiglia, la moglie Rosalia e due figli, in un appartamento a San Bartolomeo a Mare, in Liguria. Nelle bobine depositate dalla Procura messinese ai colleghi di Caltanissetta ci sono altre intercettazioni interessanti, come quella in cui Vincenzo Scarantino, il 21 aprile 1995, dopo avere ascoltato in tv le dichiarazioni del pentito Salvatore Cancemi, chiede una prima vota di tornare in carcere. Alla 14.42 parla con il suo legale e gli chiede come fare per fare sapere ai magistrati della sua intenzione. Alle 14.48, come annotano i poliziotti, chiede alla Sip il numero del Questore di Palermo. Alle 14.50 Scarantino chiama la Questura di Palermo. Ha fretta. Il centralinista gli passa il dirigente della Squadra mobile, Luigi Savina. “Enzo non sa se deve testimoniare dopo le dichiarazioni di Cancemi – annota il poliziotto sul brogliaccio – Per questo motivo vorrebbe parlare con il questore. “Il dottor Savina gli dice che farà il possibile per metterlo in contatto con il questore”, scrive l’agente. Seguono altre paginate di brogliacci con la scritta ‘controlli’. Ma non si sa a cosa si riferiscono. Accade fino al 2 maggio 1995. Poi il 22 maggio la telefonata drammatica con la moglie in cui annuncia che ha intenzione di tornare in carcere. Ma non accade nulla, e il 24 maggio Scarantino si presenta puntualmente davanti ai giudici di Caltanissetta per proseguire con il suo depistaggio. Perché?

