Il marziano che atterrò a Villa Borghese nel 1953 era un po’ intimidito dall’eccitazione incredula della città capitolina che lo salutava come il simbolo di una nuova era. Il marziano di Gela, invece, piombato sessant’anni dopo sul selciato di Palazzo d’Orleans, è sceso dalla sua aeronave con baldanza, già avvezzo ad allungare il mento verso il mazzo dei microfoni tesi, per annunciare cambiamenti epocali nella terra in cui tutto cambia perché tutto rimanga com’è. E’ il primo marziano della storia politica siciliana, forse uscito da una penna più meridionale di quella di Flaiano. Creatura pirandelliana, un po’ gattopardesca, molto sciasciana, possiede l’ambiguità e le contraddizioni dei soggetti da romanzo. Non parla come i politici, non si muove come loro, non pensa come loro: le sue vie non sono le loro vie. Incontrollabile. Imprevedibile. Ingestibile. Sa bene cos’è un partito, ha fatto l’assessore, il sindaco, il deputato europeo. Eppure il governatore della Sicilia rimane se stesso: un alieno. Il suo arrivo ha sconvolto gli antichi riti e le tacite regole di una corporazione autoreferenziale che, al di là delle appartenenze e delle pugne elettorali, si ricompatta e fa quadrato attorno a se stessa. Così la casta è andata in oca. Non regge il passo dell’extraterrestre che strilla: sono l’Antisistema. Instupidita dalle mosse di un prestigiatore che trasforma il bianco in nero, la mafia in antimafia (ricordate i Pizzini su Facebook?), con fulminei movimenti delle mani: volteggi di dita, imprendibili e vezzosi, che mostrano soltanto il bianco delle sigarette e il luccichio di un anello un po’ magico e un po’ cardinalizio. La cronaca delle ultime settimane lo dimostra. Mentre l’insensibile Pd reclama poltrone, lui assiste in ospedale i ragazzi della scorta. I democratici pretendono il rimpasto, lui il cambiamento. Gli voltano le spalle mentre il mondo gli batte le mani. Credono che la Sicilia sia ancora quella di Tomasi di Lampedusa, tentano di abbatterlo mentre il New York Times lo presenta in nove colonne come il gay cattolico di sinistra che sta distruggendo la corruzione. Così è proprio il marziano a trasalire, non gli altri, ancora convinti che sia uno di loro. Ma il compagno che viene dal Petrolchimico non è mai stato come gli altri compagni, quelli che prima di decidere cosa dire dovevano aprire l’Unità. Il figlio del popolo insegue il sogno, parla di cuore e amore agli ottusi mandarini di partito, assicura che solo i siciliani potranno domarlo, slarga di nuovo le labbra per dire che andrà avanti: lui, l’artista che scriveva versi nella Gela insanguinata degli anni Ottanta, non è mai stato un pupo. E’ il non politico che si ciba di politica, il prete mancato, il magistrato occulto, il proletario amico degli industriali, l’omosessuale nella regione di Brancati. E’ troppe cose insieme. E’ la nuova faccia del potere, quella più elaborata che ipotizza rivoluzioni in nome della legalità. E’ vorace. Guardategli la bocca: larga al punto giusto per divorare tutto e tutti, oltre che per serrare l’imboccatura del megafono e propagandare l’irresistibile favola del bene e del male, dei buoni e dei cattivi, in un’Isola che non ammette semplificazioni. Totò da Raffadali mangiava i cannoli, lo psichiatra di Grammichele fagocitava pezzi di carta. Lui mangia la politica. Nei ritagli di tempo, tra un boccone e l’altro, si accende un’altra Marlboro e declama i suoi versi. In confronto, l’uomo che oggi soggiorna a Rebibbia aveva una bocca assai più piccola: un’escrescenza fra due guance enormi, un’imperfezione della circolarità quasi perfetta del faccione (che era ancora tale, immortalato quel giorno in chiesa prima della sentenza definitiva, ancora gonfio di voti ma già segnato da un lungo futuro di espiazione). Gli occhi di Saro sono grandi e sognanti, un po’ lucidi, orientaleggianti, portano la luce di un altro pianeta. Quelli di Raffaele erano di ghiaccio, celesti come il cielo sull’Etna, protetti da sopracciglia asimmetriche da cui partivano tre quattro linee circonflesse che tuttavia non ne rompevano l’equilibrio bilanciato dai baffetti. Neanche lui, per quanto bislacco, era un marziano. Il suo viso era asciutto e freddo come le canne dei suoi fucili da collezione. Quello di Saro è caldo come un letto sfatto, imbolsito ogni giorno di più dall’immane lotta quotidiana contro le cosche. Un’altra denuncia, un’altra sigaretta e un’altra poesia. A proposito: non vuole “sacrileghi sguardi dentro le sbarre” della sua cella. “E’ zona proibita. Andate via”. Così conclude uno dei suoi componimenti, tratto dalla raccolta “Diario di una giostra”. E così va in scena l’ultima impostura siciliana del potere: il romanzo di un marziano rimasto solo, fra rimasugli mordicchiati di politica, al centro del Mediterraneo.
Salvatore Falzone – Repubblica del 27 settembre

