“Stiamo già toccando l’ergastolo ostativo. A parte il differimento di un anno per la libertà condizionale, con la sentenza del 2019 la Corte Costituzionale ha già dato il via libera per i permessi premio per gli ergastolani mafiosi non pentiti, che oggi come oggi hanno già diritto, dunque, ai permessi che prima non avevano. E questo avrà indubbiamente un riflesso negativo sui pentimenti, perché se il pentimento non è più essenziale per avere i permessi premio, conta di meno, e dunque c’è una svalutazione. E ora ci mancherebbe che continuassero su questa strada modificando la legge sui pentiti per lo sdegno e il clamore che ha suscitato il caso Brusca. Sarebbe sbagliato”.
A dirlo all’AdnKronos, commentando la scarcerazione di Giovanni Brusca, è l’ex procuratore di Palermo Gian Carlo Caselli. “L’uso dei collaboratori di giustizia nelle indagini contro il crimine organizzato – spiega Caselli – è pratica costante di tutti i Paesi della democrazia occidentale, in particolare degli Stati Uniti d’America. Con una differenza: noi i pentiti li processiamo, li condanniamo, sia pure a pene ridotte, e li teniamo in carcere per il tempo previsto dalla legge, nel caso di Brusca 25 anni, all’estero invece, in particolare negli Usa, godono di un’immunità assoluta. Se parlano, non gli succede niente per i delitti commessi, sono perdonati”.
Inoltre, sottolinea Caselli, “molti dicono basta coi pentiti perché ormai ci sono le intercettazioni, telefoniche e ambientali. E’ vero che le intercettazioni hanno avuto uno sviluppo enorme negli ultimi tempi, però i pentiti sono sempre necessari, perché altrimenti chi ci dice dove si devono mettere li cimici? Chi ci dice dove può abitare il mafioso latitante o dove si incontrano i mafiosi per i loro affari? Ce lo dice il pentito che questi segreti li conosce, e se qualcuno non ce li racconta, allora non si riesce a percorrere nessuna strada contro la mafia e rimaniamo fermi al palo”.
Quanto all’attendibilità di Brusca e al suo inserimento fra i collaboratori di giustizia, Caselli sottolinea: “Certo che Brusca, dal punto di vista tecnico-giuridico, meritava di entrare nel programma dei collaboratori di giustizia. C’è stato il vaglio di più magistrature, se n’è occupata Palermo, Caltanissetta, la Dna, immagino anche Firenze, ricordo anche il Procuratore nazionale antimafia Vigna, altrimenti non sarebbe entrato”.

