Salute

Migranti: esercito di 65 mila nei servizi, ma sistema senza ‘rete’ 

Redazione

Migranti: esercito di 65 mila nei servizi, ma sistema senza ‘rete’ 

Gio, 27/09/2018 - 10:11

Condividi su:

PALERMO – Vivono condizioni di lavoro difficili, tra spinta precarieta’, elevata eta’ media, fenomeni di burn-out e scarsa organizzazione. Sono “vittime di uno stigma sociale anti immigrati che ne complica le prestazioni” e sono inseriti in un sistema di servizi che fatica a fare rete, schiacciato dalla perdurante logica dell’emergenza. Questo in sintesi il quadro delle condizioni di lavoro di chi e’ impegnato nel sistema dei servizi pubblici per l’immigrazione. A tracciare un resoconto e’ una ricerca condotta dalla Funzione Pubblica Cgil e dalla Fondazione Di Vittorio, dal titolo ‘La condizione delle lavoratrici e dei lavoratori dei servizi pubblici per l’immigrazione’. Un lavoro promosso dalla categoria dei servizi pubblici della Cgil in occasione dell’iniziativa ‘UeCare – L’Europa Solidale’, in questi giorni a Palermo, con l’obiettivo ultimo della costruzione di una rete europea dei lavoratori dei servizi ai migranti. Per questa ragione la Fp Cgil ha promosso una ricerca per ricostruire un aspetto poco noto, ovvero le condizioni di lavoro di chi opera nei servizi per l’immigrazione, coinvolgendo circa 40 operatori che appartengono ai circa 65 mila operatori impegnati nel segmento di soccorso, accoglienza e integrazione (che non comprende il contributo delle forze dell’ordine) e che la Fp Cgil ha cercato di analizzare dando loro voce.
MAI ABBANDONATO LOGICA EMERGENZA Dalla loro diretta testimonianza emerge come, spiega la ricerca, “l’Italia sia ormai stabilmente un Paese di migrazioni ma che non ha mai abbandonato la logica dell’emergenza”. Non sembra, infatti, “che il sistema dei servizi per l’immigrazione si sia adattato a questo scenario inedito per rispondere ai nuovi bisogni dell’integrazione, ad esempio rafforzando sia i servizi di accoglienza (per la quota di nuovi ingressi di persone richiedenti o beneficiarie di protezione internazionale) sia rispetto all’inclusione sociale e all’integrazione della componente di immigrati legalmente residenti da tempo, i quali per gran parte risultano ‘lungo soggiornanti’ se non in procinto di ottenere la cittadinanza”.
FRAGILE INTEGRAZIONE Il sistema italiano dei servizi per l’immigrazione, si rileva nel report, “e’ il risultato di una incessante opera di collage e stratificazione di interventi, anche eterogenei tra di loro. Il mancato superamento della logica dell’emergenza ha reso particolarmente fragile la ricerca di una connessione coerente tra i vari livelli di intervento, a scapito dell’efficienza complessiva del sistema, nonche’ dei diritti di lavoratori e dei destinatari dei servizi”.

Nella testimonianza dei lavoratori intervistati emergono dei nodi critici: quelli del lavoro di rete e del coordinamento tra i vari attori del sistema; le inefficienze funzionali e le storture di tipo amministrativo, che si sommano al disegno disorganico del sistema dei servizi. Cosi’ come escono fuori “le contraddizioni e le ambivalenze piu’ generali dell’opzione italiana ai servizi pubblici, tra dequalificazione del lavoro ed esternalizzazioni non sempre virtuose e governate, insieme alle perduranti differenze tra le aree territoriali del Paese”.
Nella ricerca si sottolinea “uno scarso coordinamento e una fragile integrazione tra gli attori del sistema, sia sul piano esplicito sia su quello di fatto”.
RISCHIO “SPIRALE ESCLUSIONE E PAURA” Le attivita’ di accoglienza e integrazione si occupano di persone spesso provate da viaggi drammatici e in fuga da esperienze di violazione dei diritti umani. In un contesto di criticita’ e lacune dei servizi per l’immigrazione, gli utenti rischiano di vedere vanificati gli sforzi degli operatori a causa di un sistema che puo’ produrre una spirale di esclusione opposta ai suoi obiettivi espliciti (marginalita’, disagio sociale, irregolarita’, e di conseguenza “paura” e rancore nella popolazione).
SCARSI INVESTIMENTI E FALLE CONTRATTUALI Ma il cuore della ricerca e’ scandagliare le condizioni di lavoro, i bisogni e le rivendicazioni. Diversi gli elementi emersi, tra questi gli scarsi investimenti in formazione insieme a un elevato rischio di burn-out, nonche’ di sicurezza nel rapporto con gli utenti. La presenza di falle nella tutela contrattuale, specie per i lavoratori della cooperazione sociale. Allo stesso tempo una sostanziale differenza tra il mondo pubblico, con una elevata eta’ media, e un mondo privato, giovane, sovraqualificato e soggetto a una precarieta’ spinta. Infine complicazioni nella gestione degli appalti con casi di scarsa legalita’ e, per ultimo, eccessive rigidita’ nell’organizzazione del lavoro, nella mobilita’ e nella valorizzazione professionale.

 Sul tema della formazione si evidenziano, spiegano i lavoratori, “canali assai diversi per l’accesso, scarsa titolarita’ individuale del diritto alla formazione continua, aggiornamento on the job prevalentemente autorganizzato e non riconosciuto, differenze di accesso tra figure professionali che pure operano negli stessi servizi, mancanza di formazione congiunta anche per allineare il processo amministrativo e le relazioni tra i diversi attori”. Sul tema salute, sicurezza e legalita’ si sottolinea il rischio di burn-out, ma anche sicurezza nel rapporto con gli utenti.
“STIGMA SOCIALE” Inoltre, la percezione dei servizi e del suo ‘sistema’ da parte dei lavoratori si concentra fondamentalmente intorno a rappresentazioni di provvisorieta’ e incertezza. I lavoratori, si legge nella ricerca, “spesso ‘respirano’ lo stigma sociale rivolto a coloro che sono impegnati sul tema dell’immigrazione. Vengono segnalate, ovviamente, le responsabilita’ del discorso pubblico e politico ma i lavoratori si concentrano anche sul ruolo che la struttura burocratica agisce nel dividere i lavoratori gli uni dagli altri”. Quanto al tema della tutela contrattuale, la ricerca osserva come i lavoratori facciano riferimento a quella diretta, prevista dai contratti, e quella che si concretizza in vertenze soprattutto sulla mancata erogazione del salario dei lavoratori della cooperazione sociale. I bandi (Sprar e non solo) mancano ancora di una definizione precisa sul piano dei requisiti contrattuali e alle qualifiche degli operatori.
APPALTI AL RIBASSO Si segnalano, inoltre, “appalti al ribasso, cooperative e soggetti gestori disinvolti nella gestione economica e amministrativa, vertenze sindacali e lesione dei diritti dei lavoratori in diverse aree del Paese, ma soprattutto nelle regioni del Meridione”. Molti lavoratori risultano in una condizione di precarieta’ occupazionale che peraltro si accentua in assenza di strutture stabili e riconosciute. La diffusione di contratti di lavoro temporanei “e’ anche diffusa nella cooperazione sociale. Cio’ pare legarsi sia a strategie aziendali sia alla natura e alla durata di convenzioni e appalti con la pubblica amministrazione. Specie nel campo dell’accoglienza dei migranti questa risulta suscettibile di considerevoli variazioni in base ai flussi, ma anche a causa di una programmazione di breve periodo e alla scarsa lungimiranza dei soggetti committenti”. Sulla questione legalita’ e appalti, “il tema resta cruciale nonostante la diffusione di protocolli”.

banner italpress istituzionale banner italpress tv