“Come cittadino nisseno temporaneamente residente all’estero, sento il dovere di intervenire nel dibattito legato all’ormai noto servizio realizzato da TV7 inerente a Caltanissetta. Ho 23 anni e faccio un breve riassunto della mia vita recente: diplomatomi presso il Liceo Classico Ruggero Settimo, mi sono trasferito a Bologna e quindi a Londra, dove sto completando i miei studi in legge presso il King’s College. Mi sono sentito chiamato in causa dalle considerazioni finali del servizio quando si è riferito che “ci vuole più coraggio a rimanere che ad andare via”. Non ho alcuna intenzione di alimentare polemiche contro chi ha legittimamente argomentato il proprio pensiero (conosco personalmente i due ragazzi e sono in buoni rapporti con loro), ma, al contempo, non posso esimermi da esercitare il mio personale diritto di replica.
Ritengo che anche la scelta di studiare fuori dalla propria città meriti una considerazione positiva e mi piacerebbe non essere etichettato come codardo dai miei concittadini. Trasferirsi altrove non è una una passeggiata di salute, né una cena di gala. Fuori Caltanissetta non c’è il Paese di Bengodi, né quello dei Balocchi. È fuor di dubbio che le condizioni economiche siano globalmente più vantaggiose in altre realtà territoriali, ma è al contempo vero che chi decide di vivere lontano deve mutare le proprie abitudini e rinunciare ai propri affetti, cestinare la propria vita precedente e ricominciare da zero. Fortunatamente io ho avuto la possibilità di scegliere di andare via e ho consapevolmente deciso di affrontare tutto ciò, nella speranza (spesso disattesa)di ottenere vantaggi accademici e professionali non ottenibili a Caltanissetta. Nessuno mi ha costretto ad un mutamento così radicale e per questo mi ritengo un privilegiato rispetto a chi emigra per necessità economiche. Ho semplicemente avvertito il bisogno di esprimere la mia personalità e le mie capacità in un contesto socio-economico capace di valorizzarla. Quanto devo ritenermi colpevole di avere aspirazioni?
Ho letto numerose opinioni in merito al servizio e molte concordavano su una domanda cruciale: “Chi resta, se i migliori se ne vanno? Chi ci salverà dall’inevitabile rovina alla quale la nostra città sembra destinata?”. Personalmente rispondo interrogandomi sul perché debba essere io o chi ha affrontato la mia stessa scelta a dover subire quel 54% di disoccupazione giovanile che ci attanaglia. Mi chiedo se e in che termini il mio aiuto possa effettivamente migliorare la situazione della città. Si potrebbe obiettare che un contributo collettivo da parte dei giovani possa effettivamente salvare Caltanissetta. A quel punto, però, ci sarebbe da fare i conti con un contesto di regionale disastrato, con l’assenza di infrastrutture e con condizioni macroeconomiche avverse, ammettendo che si giunga a formulare proposte politiche concrete e attuabili col consenso della cittadinanza: a livello locale, qualsiasi incentivo finirebbe con l’essere vanificato da ciò che circonda Caltanissetta. Allo stesso modo, sarebbe troppo semplice additare gli amministratori locali che hanno trascinato la città nel baratro (personalmente non li ritengo responsabili, coerentemente con quanto detto prima) o lo Stato che ha trascurato la Sicilia relegandola a periferia d’Europa. Una cosa è certa: non sarò io a dovere pagare il fio della poca lungimiranza di quella classe politica. Ciò che mi stupisce maggiormente è l’incoerenza dei molti commenti provenienti da persone che appartengono alla generazione che mi ha preceduto. A questi, che accusano i giovani nisseni di scappare via abbandonando la città al proprio destino, rispondo: se cercate un colpevole, non dovete che guardarvi allo specchio”.
Salvatore Sapienza.

