Salute

Carlo Sorbetto: “La carità va ben al dì là della beneficenza”

Redazione

Carlo Sorbetto: “La carità va ben al dì là della beneficenza”

Sab, 15/10/2016 - 14:04

Condividi su:

CALTANISSETTA – Spesso si confonde il vivere la carità con il fare “elemosina”, riducendo il tutto a beneficenza senza che cambi la vita. Il tema è prevalentemente psicologico ma, non essendo uno psicologo, lo svolgerò secondo l’ottica delle relazioni fra persone e la prospettiva da cui guardo a questo tema è sì la prospettiva dei bisogni della gente che vogliamo aiutare e che dobbiamo conoscere sempre meglio (come vedremo del resto), ma è anche e prima di tutto la prospettiva della fede che deve guidare l’impegno dei cristiani. La scienza delle relazioni pubbliche, essendo opera di servizio e di formazione, riconsidera l’importanza dell’uomo, non sferzandolo a dare il meglio, ma sensibilizzandolo allo spirito di servizio come scelta, con le tecniche della ragione, del buon senso e della carità, direbbe sant’ Agostino. Non possiamo tuttavia dimenticare che ci sono tre modi diversi di accostare il problema della carità, tre tipi o livelli di relazione che stabiliamo con coloro che sono oggetto della nostra carità: una relazione segnata dalla superiorità, dall’inferiorità, oppure dal dialogo fraterno. Il primo livello è chiaramente inadeguato anche se può essere efficace dal punto di vista aiuto; è una relazione inquinata da un complesso di superiorità, inconsciamente (e qualche volta anche consapevolmente) dico: io sono buono, generoso, prudente, ho delle possibilità che tu non hai e quindi posso aiutarti. Il verbo aiutare in questo campo è ambiguo: aiutare non stabilisce una relazione costruttiva, è paternalistico, sembra gratuito, ma alla fine non è neppure caritatevole, dà ma umilia colui che riceve. Il secondo tipo parte da un complesso di colpa e/o di inferiorità, Ti aiuto perché sento che in questo modo rendo quello che ti ho tolto. C’è in questa motivazione una parte di verità: i poveri sono stati impoveriti e allora fare la carità è una maniera di rendere quello che è stato tolto ai poveri. Ma la carità non deve partire da una forma di dovere compulsivo, dal bisogno di “sentirmi a posto”. La carità se è tale deve essere un atto di amore. Il terzo tipo, che è anche l’unico valido, è quello che si vive su un piano di uguaglianza, nella modalità del dialogo; lì le due parti, io e il povero, si trovano su un piano di uguaglianza, in cui entrambe ricevono ma possono anche dare. Il dialogo suppone il reciproco ascolto, suppone la conoscenza dell’altro e del suo problema, delle ragioni per cui è povero e delle possibili strade per uscire dalla povertà. Il dialogo nella carità suppone un donare che non umilia ma fa crescere, suppone un fare il bene senza scopi nascosti, senza creare inutili dipendenze, senza legare le persone a sé stessi, nella libertà e nella gratuità.

banner italpress istituzionale banner italpress tv