PALERMO – Provengono da 14 diversi Paesi dell’Unione europea gli 80 ragazzi che hanno visitato il giardino della memoria di San Giuseppe Jato (Pa), intitolato a Giuseppe Di Matteo, il figlio del pentito di mafia Santino Di Matteo, che qui fu tenuto prigioniero per 779 giorni e poi barbaramente ucciso su ordine del boss Giovanni Brusca, vittima di una vendetta trasversale nel tentativo di far tacere il padre. I giovani sono arrivati per partecipare al progetto ‘Waves of legality, waves of citizenship’,
promosso dalla fondazione Giovanni e Francesca Falcone e che si concluderà il 23 maggio, anniversario della strage di Capaci. I ragazzi hanno prima percorso a piedi il lungo sentiero sterrato che dalla strada porta al caseggiato e poi in silenzio hanno letto il testo della deposizione del killer Vincenzo Chiodo, che raccontava i crudi particolari dell’uccisione. Ciascuno di loro non ha nascosto lo sdegno nel vedere il buco dove venivano tenuti prigionieri e torturati i nemici di cosa nostra all’interno del rudere, ben nascosto dalla campagna circostante, e ora diventato luogo della memoria. Prima di arrivare allo spazio angusto dove per più di due anni il piccolo fu sequestrato, i ragazzi hanno letto il lungo elenco di bambini uccisi in Italia da cosa nostra, dalla strage di Portella della Ginestra, il primo maggio del 1947, fino al 2004, quando a soli 14 anni fu uccisa Annalisa
Durante, a Forcella, in uno scontro tra faide della camorra. Il lato oscuro di una mafia che fa a pugni con la percezione finora avuta nei rispettivi Paesi. “Sono scossa, mi dà molto fastidio pensare che qui killer e boss potessero stare indisturbati con delle vittime recluse in un cunicolo”, dice Joanna Shorthouse, studentessa inglese. “Abbiamo visto tanti film sulla mafia, ma forse quello che abbiamo visto non è la realtà”, dice GJergj Xhaolli, giovane albanese. Gli fa eco Alexandru Macovei, suo coetaneo rumeno: “Il lato oscuro della mafia che non risparmia neanche i bambini non ci viene mostrato e spesso ci si limita al cliché del boss quasi come se fosse un eroe pieno di glamour, affascinante”. Un problema di percezione distorta rispetto alla realtà che a turno registrano coetanei di Bulgaria, Polonia, Francia, Germania o Macedonia. Margherita Popovska, macedone, non ha dubbi: “adesso siamo più determinati a combattere la mafia e più preparati ad affrontare il 23 maggio”.

