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Pubblicità e betting

Redazione

Pubblicità e betting

Mar, 28/04/2026 - 14:26

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Nel betting, l’attenzione del tifoso è una moneta vera. Si compra, si misura, si segmenta, si insegue. Per anni lo si è fatto con strumenti molto riconoscibili: loghi sulle maglie, cartelloni a bordo campo, spot televisivi, bonus, testimonial più o meno credibili. Poi il quadro si è complicato. La pubblicità del gioco, almeno in Italia, è entrata in una zona di attrito normativo forte con il Decreto Dignità del 2018, che all’articolo 9 ha introdotto il divieto di pubblicità per giochi e scommesse con vincite in denaro, motivandolo con la tutela del consumatore e il contrasto al disturbo da gioco d’azzardo. AGCOM ricorda che il divieto riguarda committente, proprietario del mezzo o del sito di diffusione e organizzatore dell’evento o dell’attività.

Prendiamo ad esempio Hellspin, la pubblicità diretta può essere vietata o compressa; l’attenzione, invece, resta il bene scarso su cui si combatte. E nel marketing sportivo il tifoso conta perché non è un pubblico distratto qualsiasi: torna, segue, si identifica, ripete.

Dallo sponsor in maglia al problema politico

Per capire quanto valga davvero l’attenzione di un tifoso, conviene partire da una scena ormai familiare: la maglia da calcio trasformata in superficie commerciale. Per anni i marchi del betting hanno considerato lo sport, e il calcio in particolare, una vetrina privilegiata. La ragione è quasi banale nella sua efficacia. Il tifoso non vede quel logo una volta soltanto. Lo rivede in partita, nei replay, nei social, nelle fotografie, nei videogiochi, nelle discussioni del giorno dopo. La sponsorizzazione sportiva non compra un singolo sguardo. Compra ripetizione, contesto emotivo, memoria visiva.

Quanto vale davvero un tifoso

Molto, ma non in modo uniforme. Per un operatore di betting, un tifoso vale perché è prevedibile nella fedeltà e imprevedibile nella spesa. Segue il campionato, conosce squadre e giocatori, ha una relazione affettiva con il calendario sportivo. Questo lo rende particolarmente ricettivo a messaggi commerciali che non si presentano come interruzioni, ma come estensioni dell’evento. Una quota mostrata accanto a una partita, sembra parte del racconto. Qui il marketing sportivo ha costruito per anni la propria forza. Non vendeva soltanto un prodotto. Si infilava nel rituale del tifo.

Divieti nazionali, cornice europea

In Europa non esiste un unico regime perfettamente uniforme sul gambling advertising. La Commissione europea stessa ricorda che, nel campo dei servizi di gioco online, sostiene gli Stati membri nell’aggiornamento dei rispettivi quadri normativi e nella cooperazione amministrativa, con l’obiettivo di garantire un alto livello di protezione per consumatori e persone vulnerabili, inclusi i minori. In altre parole, la linea europea non è quella di una licenza generale al marketing aggressivo, ma quella di un coordinamento che lascia agli Stati ampi margini di intervento.

La cornice audiovisiva conta comunque molto. La direttiva AVMSD, richiamata dalla Commissione nelle sue pagine di sintesi, stabilisce principi generali per i contenuti audiovisivi diffusi su televisione, Internet e dispositivi mobili, con particolare attenzione alla protezione dei minori.

La sponsorizzazione non è morta, si è spostata

Chi immagina che divieti e restrizioni abbiano eliminato il rapporto tra betting e sport guarda la superficie e perde il meccanismo. La sponsorizzazione, in molti casi, non scompare. Cambia posto, linguaggio, intensità. Nel caso della Premier League, per esempio, il ritiro degli sponsor dal fronte maglia non equivale a una cancellazione totale del rapporto tra club e operatori di gioco. È una riduzione simbolicamente forte, ma parziale.

Una sponsorizzazione calcistica può valere per visibilità, credibilità, accesso a mercati esteri, effetto di trascinamento sui social, presenza nelle ricerche online. Il logo sul petto della maglia è la parte più visibile, non necessariamente la più redditizia. In questo senso, vietare una forma di esposizione non equivale automaticamente a spegnere il valore economico dell’attenzione catturata. Lo redistribuisce.

Il nodo etico: attenzione o sfruttamento

Quando la comunicazione commerciale si innesta su passioni intense, pubblici giovani, ambienti digitali continui e sistemi di profilazione sempre più raffinati, il confine si assottiglia.

Questo spiega anche perché il valore dell’attenzione di un tifoso non possa essere letto solo in termini di CPM, sponsor fee o ritorno mediatico. Vale economicamente, certo. Ma vale anche come terreno su cui si misurano responsabilità pubbliche, reputazione delle leghe, coerenza dei club e limiti della persuasione commerciale. In Italia il legislatore ha scelto una linea molto dura. In altri Paesi europei si sperimentano formule diverse, tra autoregolazione, restrizioni mirate e controlli sul gioco non autorizzato. La direzione, comunque, appare chiara: il tifoso non è più considerato soltanto un bersaglio pubblicitario disponibile per definizione. È un soggetto da proteggere almeno in parte dalla forza stessa dell’ecosistema sportivo-commerciale che lo circonda.

Che cosa resta, alla fine

Catturare l’attenzione di un tifoso vale moltissimo proprio perché il tifo non è un atto freddo. Ha ripetizione, fedeltà, memoria, linguaggio condiviso. Per anni il betting ha cercato di abitare tutto questo e ora si è spostato dal cartellone vistoso alle forme più diffuse e meno appariscenti della presenza commerciale.

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