Ad inizio di questa settimana, l’Istat ha pubblicato il rapporto “L’uso della lingua italiana, dei dialetti e delle lingue straniere – Anno 2024”, che aggiorna la fotografia del paesaggio linguistico nazionale. Il quadro è netto: l’italiano continua a rafforzarsi come lingua dominante in ogni ambito della vita quotidiana, mentre l’uso delle lingue locali arretra in modo costante, delineando un rischio concreto di estinzione nel giro di pochi decenni.
Tra il 1987/88 e il 2015 l’uso dell’italiano in famiglia e tra amici era rimasto stabile; nell’ultimo decennio, invece, si registra un’accelerazione significativa. La quota di persone di 6 anni e più che parlano principalmente italiano in famiglia passa dal 45,9% nel 2015 al 53,6% nel 2024. L’italiano diventa così la lingua prevalente in tutti i contesti, da quello più intimo a quello più formale.
Parallelamente, l’uso esclusivo o prevalente del dialetto continua a diminuire. In famiglia si passa dal 32% del 1988 al 9,6% del 2024; tra amici dal 26,6% all’8%; con gli estranei dal 13,9% al 2,6%. Anche l’uso misto italiano–dialetto cala sensibilmente, segno di un consolidamento dell’italiano come lingua quotidiana e della progressiva scomparsa delle varietà locali.
In questo scenario, la situazione della lingua siciliana presenta caratteristiche particolari. Anche in Sicilia l’uso della lingua locale diminuisce rispetto al 2015, ma meno rispetto alla media nazionale. Calabria, Campania, Veneto e Sicilia restano le regioni dove il dialetto è più utilizzato. In famiglia la Calabria guida con il 64% (-4,6 punti rispetto al 2015), seguita dalla Sicilia con il 61,5% (-7,3), dalla Campania con il 61% (-14,2) e dal Veneto con il 55,3% (-6,7). Con gli amici la Sicilia è terza; con gli estranei quarta: ci vergogniamo più degli altri a parlare la nostra lingua fuori dalle pareti di casa.
Questi dati mostrano una doppia realtà: da un lato la Sicilia conserva ancora una forte vitalità linguistica nei contesti familiari e di prossimità; dall’altro la tendenza generale resta discendente. Il calo meno marcato non attenua la gravità del fenomeno, ma indica che esiste ancora uno spazio di intervento prima che la trasmissione intergenerazionale si interrompa.
È proprio su questo punto che intervengono le Associazioni Unite per la Cultura e la Lingua Siciliana (AUCLIS), che in una nota leggono i dati Istat come un vero e proprio segnale d’allarme per l’insieme delle lingue locali italiane. «Tutte le lingue regionali – compresa la lingua siciliana – sono ormai a rischio di estinzione nel giro di alcuni decenni se non si interviene con politiche serie e strutturali», afferma l’AUCLIS, sottolineando come il problema non sia solo statistico, ma profondamente politico e culturale. E ancora: «L’Italia, nazione con un patrimonio linguistico tra i più ricchi d’Europa, rischia di perdere tanta ricchezza culturale a causa del pressoché totale immobilismo istituzionale in materia di politiche linguistiche volte alla rivitalizzazione delle lingue regionali».
La nota richiama con forza anche il contesto europeo. «L’Italia è una delle pochissime nazioni che non ha ancora attuato la Carta Europea per le Lingue Regionali e Minoritarie», denuncia l’AUCLIS, ricordando che si tratta dello strumento del Consiglio d’Europa che indica standard e buone pratiche per la tutela e la promozione delle lingue storiche non maggioritarie. A ciò si aggiunge il fatto che molte lingue regionali – tra cui il siciliano – non godono di alcun riconoscimento e tutela nell’ordinamento italiano, perché non sono inserite nella legge 482 del 1999 sulla “tutela delle minoranze linguistiche storiche”. Il risultato è un paradosso: lingue con milioni di parlanti, radicate da secoli nei territori, restano giuridicamente invisibili e quindi prive di strumenti strutturali di salvaguardia.
In questo scenario, i dati Istat del 2024 non possono essere letti come una semplice curiosità sociolinguistica, ma come un vero e proprio campanello d’allarme. Se l’italiano si consolida come unica lingua della vita pubblica e privata, e se l’uso delle lingue regionali continua a contrarsi, il rischio è quello di una perdita irreversibile di saperi, memorie, forme espressive, visioni del mondo che quelle lingue portano con sé. Non si tratta di opporre italiano e lingue locali, ma di riconoscere che la ricchezza linguistica è una componente essenziale del patrimonio culturale nazionale e che, senza interventi mirati, la dinamica in atto è difficilmente reversibile.
Per questo, l’AUCLIS conclude la propria nota con un appello netto, che non lascia spazio a rinvii: «Con questi dati allarmanti non si può più aspettare: occorre una nuova legge che, innanzitutto, riconosca tutte le lingue regionali e che dia possibilità di tutelarle e promuoverle secondo le indicazioni della Carta Europea per le Lingue Regionali e Minoritarie, che andrebbe, grazie a tale nuova legge, finalmente attuata».
Il messaggio è chiaro: i numeri dell’Istat non sono solo la fotografia di ciò che sta accadendo, ma anche la misura del tempo che resta per agire. E quel tempo, avverte l’AUCLIS, si sta rapidamente esaurendo.

