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Caltanissetta, Corte di Appello: “Il prospetto di S. Agata deve tornare chiaro”

Lino Lacagnina - La Sicilia

Caltanissetta, Corte di Appello: “Il prospetto di S. Agata deve tornare chiaro”

Dom, 23/02/2020 - 10:10

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Caltanissetta, Corte di Appello: “Il prospetto di S. Agata deve tornare chiaro”

CALTANISSETTA – Venticinque anni di carte bollate, corsi e controricorsi per stabilire (definitivamente, stante al parere negativo più volte espresso dall’Avvocatura dello Stato man mano che si è andato avanti nei vari gradi di giudizio) che la coloritura delle “specchiature” esterne della chiesa Sant’Agata al Collegio dovrà tornare ad essere bianca e non più di colore rosso pompeiano come avevano deciso nel settembre del 1995 (quando erano in corso i lavori di restauro della chiesa) la locale Soprintendenza ai beni culturali e il direttore dei lavori arch. Giuseppe Saggio.

Lo scorso 17 gennaio la Corte d’Appello di Catania (a cui la Corte di Cassazione aveva demandato, per la seconda volta, il compito di pronunciarsi sulla controversia) ha condannato l’Assessorato regionale ai Beni culturali all’immediata eliminazione della coloritura in rosso delle specchiature esterne della chiesa Sant’Agata e al ripristino della coloritura chiara preesistente, autorizzando il parroco e legale rappresentante reverendo Sergio Kalizak alla esecuzione delle suddette opere di ripristino a spese dell’Assessorato qualora questi non abbia provveduto nel termine di tre mesi dalla data di deposito della sentenza (avvenuto lo scorso 10 febbraio). Inoltre, accogliendo le richieste dell’avv. Francesco Panepinto, da sempre a fianco della Curia, l’Assessorato è stato condannato al rimborso del 50% delle spese legali dei vari gradi di giudizio (ben sei nell’arco di un quarto di secolo) per complessivi 8.800 euro.

Si è praticamente ritornati, dopo tanti anni, alla prima sentenza del Tribunale di Caltanissetta (emessa il 6 settembre 1999 e firmata dal dott. Francesco Lauricella) con la quale veniva intimato all’Assessorato di modificare la colorazione delle specchiature (da rosso pompeiano al colore bianco «in perfetta armonia con lo stile e le caratteristiche costruttive della Compagnia dei Gesuiti»). Addirittura in quella sede il magistrato condannò l’Assessorato a risarcire del danno causato (pari a 80 milioni di lire) e alla refusione delle spese processuali. Man mano che si andati avanti con i ricorsi dall’una e dall’altra parte è caduta la richiesta di risarcimento del danno. La vicenda risale al settembre 1995, quando don Antonio Giliberto, parroco di Sant’Agata, si oppose ai lavori di restauro, per la parte relativa alle specchiature esterne della chiesa, che l’Assessorato regionale stava eseguendo unilateralmente in colore rosso (malgrado il parere contrario di una commissione paritetica appositamente costituita) in luogo del preesistente colore chiaro.

Ciò in difformità delle regole e delle tradizioni culturali e costruttive della Compagnia di Gesù, e del parere espresso dal Consiglio regionale dei Beni Culturali. «La vicenda giudiziaria – ricorda in una nota il vicario generale della Curia, mons. Giuseppe La Placa – si è dipanata in questi anni con sentenze che sia in Tribunale sia, ora, in Corte d’Appello con la sentenza di questi giorni, sono state sempre favorevoli alle ragioni della storia e della tradizione culturale e liturgica avanzate dai parroci che, negli anni, si erano succeduti alla guida della parrocchia Sant’Agata, fino all’attuale padre Sergio Kalizak.

A presto, quindi, si dovrà tornare all’antico colore della facciata della chiesa di Sant’Agata, una delle più antiche e prestigiose della città risalente al 1589, capolavoro dell’arte barocca e riferimento storico fondamentale per la presenza dei Gesuiti e delle loro istituzioni culturali. Il Collegio annesso a Sant’Agata era infatti l’unico gesuitico nell’entroterra siciliano. La determinazione serena e tenace dei parroci di Sant’Agata dopo 25 anni ha prodotto il doveroso riconoscimento, in sede giudiziaria, delle ragioni della cultura e della storia a fronte di un maldestro decisionismo che ha caratterizzato l’operato degli organi regionali».

«Dopo 25 anni di controversia giudiziaria – ha aggiunto l’avv. Francesco Panepinto – è stata resa giustizia, ma è una giustizia denegata che ha costretto la comunità nissena a subire il comportamento illegale ed imponente di istituzioni non rispettose dell’arte e del buon governo». E dicendo questo, il pensiero dell’avv. Panepinto è andato a chi oggi non c’è più e che tanto si era battuto per ottenere ragione, a cominciare dal parroco del 1995 don Antonio Giliberto, per continuare con mons. Giovanni Speciale (che proseguì la controversia per conto della Curia), sino al collega Stefano Gallo. Insomma, come del resto ha sempre sostenuto questo giornale, tutto si sarebbe potuto risolvere all’inizio con un sereno dialogo tra le parti.

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