Tanti in Italia abbiamo letto (o magari soltanto sentito nominare) il famoso poemetto cinquecentesco: “La Barunissa di Carini”, che racconta l’esecrando femminicidio della protagonista. Anche perché poi una strofe di questo tragico capolavoro in lingua siciliana costituì il testo della canzone napoletana “Fenesta ca lucive”.
Sembra che, da nubile, la protagonista Laura Lanza, figlia di don Cesare Lanza (e divenuta barunissa di Carini per il suo matrimonio con don Vincenzo La Grua), sia stata saltuariamente a Mussomeli: sia nel castello che nel palazzo signorile.
Mussomeli tuttavia ha conosciuto anche un’altra nobildonna: “Costanzella” Moncada, la cui nonna omonima, duchessa di Villarosa, brillava nel gotha siciliano.
Questa “Costanzella” infatti, che “parlava il francese e l’inglese meglio dell’italiano … cantata nei versi di Dumas figlio … dallo sguardo bello e profondo …” (Antonio Mistretta in Archivi del Sud, Una saga siciliana), in seguito al suo matrimonio con il barone Salvatore Mistretta, diventò quella “Barunissa di Mussumeli” che poi, nel 1906, a causa del suo “impressionismo dionisiaco” non tollerando più la “Santa Cruci” , la fece sradicare dal
Calvario antistante l’ex convento, divenuto suo palazzo.
L’ episodio, che lasciò una lunga risonanza nella memoria collettiva di Mussomeli, alimentata anche da un poemetto popolare in 38 ottave dialettali, intitolato “La Santa Cruci” del mussomelese Francesco Canalella (1888 – 1947), papà del gesuita P. Filippo, costituisce l’emblema dello scontro avvenuto tra la mentalità nietzschiana degli esponenti della “belle epoque” e quella delle popolazioni, che credevano ancora fermamente nei valori della “Santa Cruci”.
Chiaramente questo poemetto novecentesco non ha l’antichità dell’altro e neppure ne raggiunge il valore poetico, tuttavia ha una sua dignità letteraria, una sua valenza drammatica, una sua dimensione sociale, un suo pathos religioso, che lo abilitano ad uscire allo scoperto per essere conosciuto a più vasto raggio, a livello nazionale.
E’ questo l’obiettivo che mi sono proposto, (d’accordo con i nipoti dell’autore: il vicesindaco Francesco, ecc.), nell’inserirlo tra i documenti inediti del mio libro “San Francesco all’Immacolata di Mussomeli”.
Tutti coloro che crediamo che questa operazione letteraria (e oserei dire anche, a lungo andare, turistica) sia opportuna e valida, siamo invitati a collaborare perché il poemetto sia sempre più scoperto, gustato ed apprezzato.

