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Carlo Sorbetto: “Il Palazzo di città, la Piazza e la Cattedrale”

Redazione

Carlo Sorbetto: “Il Palazzo di città, la Piazza e la Cattedrale”

Ven, 17/01/2014 - 17:13

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imagesCALTANISSETTA – Uno degli aspetti più gravi della crisi del nostro tempo è che il volto umano della città va scomparendo; il quadro che si presenta ai nostri occhi è preoccupante. La città oggi non è più in grado di garantire né l’identità dei suoi cittadini, né la loro vivibilità sociale. La condivisione delle comuni regole del vivere e del convivere sociale, su cui si fonda il senso di appartenenza dei cittadini tra di loro, oggi si è incrinata in seguito al moltiplicarsi sul territorio di identità culturali, etniche e religiose diverse. Ciò, oltre a frammentare il tessuto culturale della città, rende difficili o impossibili le relazioni interpersonali. E’ nato così un modo nuovo di concepire l’«abitare», a causa sia dello smembramento del territorio, sia della numerosa presenza di immigrati, sia del crescente divario tra i quartieri del centro storico, quelli di nuova espansione e quelli della periferia, ridotti spesso a veri e propri «dormitori». Tanti cittadini vivono nella paura, non si sentono più sicuri neppure in casa e, in certe zone del centro storico, vi sono ore in cui si ha paura di scendere in strada. Tutto ciò alimenta il rancore e la rabbia verso le istituzioni e verso lo Stato, da cui la gente si sente abbandonata, lasciata in balìa della malavita e di bande criminali. La radice di questa crisi della città è di natura non solo sociale, ma soprattutto culturale e spirituale. Per usare un’immagine, potremmo dire che hanno perso visibilità e significato i principali luoghi-simbolo, intorno ai quali la città è nata, si è costruita e dai quali traeva alimento fino a non molti anni fa: la Piazza, il Palazzo di Città, la Cattedrale. Vediamo, più da vicino che cosa comporti questo triplice impegno: 1) la vecchia Piazza ha cominciato a perdere significato sociale a misura che in città la vita di relazione si andava facendo via via più difficile. La presenza dell’altro e l’incontro tra diversi, di cui la Piazza è stata sempre il simbolo, sono vissuti oggi non più come una ricchezza, ma come un ostacolo che rende più difficile l’integrazione sociale e spinge i cittadini a isolarsi. La disoccupazione, la precarietà, la diffusione delle droghe e altre piaghe sociali hanno finito con il creare nuove sacche di povertà e nuove barriere psicologiche, alle quali si è aggiunto, da ultimo, l’espandersi disordinato del fenomeno immigratorio. Perciò, in città si moltiplicano i casi di discriminazione e di esclusione sociale, mentre la distanza tra il Centro storico e gli altri quartieri cresce a dismisura sul piano culturale, nonostante che dal punto di vista urbanistico siano contigui e formino un’unica città; 2) il Palazzo di Città, così come la Piazza  oggi non è più il luogo-simbolo di quello spirito di servizio, da cui hanno avuto origine l’idea e il nome stesso di Comune. Come dimostrano anche casi recenti, quando il Palazzo di Città si chiude in se stesso, finisce prima o poi in mano ad amministratori di dubbia legalità e privi di senso civico, ridotti al rango di semplici burocrati, indifferenti alla partecipazione attiva della cittadinanza. Le conseguenze del degrado amministrativo sono molto gravi e la città può finire nelle maglie della criminalità organizzata. Ora, il Palazzo di Città è il primo volto dello Stato che il cittadino vede e con il quale s’incontra; è il luogo dove egli fa la prima esperienza della complessità della vita sociale, dei suoi conflitti e delle sue speranze. Si può dire che il senso dello Stato nasce e muore all’ombra del Palazzo di Città, dove i problemi locali s’intrecciano con quelli nazionali. Il Comune, perciò, è chiamato a essere una vera e propria «palestra di costruzione politica generale ed esaltazione della politica come attività etica architettonica». Come può la gente avere fiducia nello Stato e conservare il necessario senso civico, se gli amministratori e i responsabili della cosa pubblica sono i primi ad agire in modo non trasparente se non addirittura illegale? Se coloro che per ufficio devono imporre sacrifici alla gente, sono i primi a ritenersi esonerati dal farli? La disonestà e l’avvilente spettacolo di una classe dirigente preoccupata più del proprio interesse personale che del bene comune, minano alla radice il senso civico dei cittadini e la cultura della legalità. Se cede il Palazzo comunale, muore la legalità; se muore la legalità, muore la città; se muore la città, muore lo Stato. Solo aprendosi alla società civile, il Palazzo comunale potrà tornare a essere luogo-simbolo della città moderna e contribuire così al rinnovamento anche del Paese. Sia la Piazza, sia il Comune devono diventare il luogo, anzi la scuola, dove i cittadini imparano a vivere uniti rispettandosi diversi; 3) la Cattedrale, riguarda il nuovo modo di porsi, come luogo-simbolo della dimensione spirituale della convivenza umana. Infatti, se è vera la diagnosi che abbiamo fatto della crisi della città, è chiaro che la soluzione non può venire soltanto dall’elaborazione di un nuovo piano urbanistico. A che servirebbe rendere i centri urbani più belli e attraenti dal punto di vista architettonico, se poi rimanessero spiritualmente e culturalmente fatiscenti? Il futuro della città, infatti, dipende molto più dal costume e dalla cultura dei cittadini che dalla bellezza dei suoi edifici o dal buon funzionamento delle istituzioni e dei servizi. E’ illusorio pretendere di rigenerare i quartieri degradati, solo varando un piano regolatore di ristrutturazione urbana; è importante, invece, dare un’anima alla città, ripartendo dalle qualità civili e morali dei cittadini. Solo ricuperandone l’identità culturale e spirituale perduta, si può rendere umanamente vivibile lo spazio urbano; si tratta, dunque, di ristabilire un ethos condiviso, in base al quale realizzare l’unità nella pluralità e garantire il bene comune. Ecco perché, accanto alla necessità di nuove Piazze e di un Palazzo di città aperto alla società civile, occorre che anche la Chiesa rinnovi il suo rapporto con la città e con i suoi cittadini. La presenza della Cattedrale nel centro della città deve essere il simbolo eloquente del molto che la Chiesa ha da ricevere dai cittadini e del molto che la Chiesa ha loro da offrire. E’ importante, perciò, che le porte della Cattedrale siano sempre aperte, affinché chiunque dalla città possa agevolmente “andare in Chiesa” e dalla Chiesa possa “andare in città”. Per capirci meglio, il senso della Città che ha la possibilità di «andare in Chiesa» significa riconoscere che i problemi della convivenza civile e dell’uomo hanno una dimensione spirituale e trascendente. L’uomo e Dio stanno insieme: se l’uomo perde Dio, perde se stesso; se ritrova se stesso, ritrova Dio. Concludendo: affinché la Piazza, il Palazzo di Città e la Cattedrale tornino a essere luoghi-simbolo di una città a misura d’uomo, si richiede l’impegno responsabile da parte di tutti.

 Carlo Sorbetto

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