Salute

Morte di Nunzio Cannizzo. Gli imprenditori:”Dopo le denunce lo Stato ci lascia morire”

Redazione

Morte di Nunzio Cannizzo. Gli imprenditori:”Dopo le denunce lo Stato ci lascia morire”

Ven, 19/04/2013 - 12:39

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GELA – Dopo avere denunciato il pizzo sono stati “lasciati soli”. E’ lo sfogo di un imprenditore di Gela, Matteo Consoli, dopo la morte di Nunzio Cannizzo, un suo collega di Gela, di 49 anni, deceduto ieri per infarto, ma che, secondo alcune vittime del racket, si sarebbe “suicidato, lasciandosi morire negli ultimi tre mesi, quando piu’ acuta si e’ fatta la sua depressione. “Lo Stato – afferma Consoli – dopo averci utilizzato nella lotta alla mafia, ci ha abbandonato e ci lascia morire nella solitudine”.

Oggi i funerali dell’imprenditore. Cannizzo faceva parte di un gruppo di sei titolari, riuniti in associazione temporanea d’imprese, che ha gestito per molti anni il servizio di smaltimento dei rifiuti solidi urbani per conto dell’Ato Ambiente Cl2 di Gela. Insieme, dopo nove anni di estorsioni subite, denunciarono undici boss e gregari di Stidda e Cosa nostra, Da quella denuncia scaturi’ il processo denominato “Munda Mundis”. “In quel periodo in cui rischiammo la vita, ma la rischiamo anche oggi – dice il collega di Cannizzo, Consoli – fummo coccolati in ogni modo dai vip dell’antimafia”. Dopo, restammo soli, esclusi da ogni appalto, e con un contenzioso con Ato e Comune di Gela perche’ non hanno voluto riconoscerci i servizi, negandoci 8 milioni di euro e riducendoci sul lastrico. Vogliamo cosi’ denunciare – conclude – la strumentalita’ di taluni uomini delle istituzioni che usano i cittadini e la loro fiducia nello Stato per raggiungere precisi obiettivi, a volte anche di carriera personale, per poi abbandonarli e rovinarli”.

Nel corso dei funerali del loro collega Nunzio Cannizzo, cinque imprenditori hanno letto una lettera di denuncia. “Nunzio, in particolare modo negli ultimi mesi – sostengono – non era arrabbiato, era addolorato, sfiduciato, demotivato, incredulo, indignato per come lo Stato lo ha trattato”. Nunzio “ha fatto il suo dovere: denunciare il pizzo per vivere da uomo libero. Abbiamo conosciuto lo Stato attraverso l’utile volto della giustizia alla quale ci siamo rivolti permettendo alla citta’ di Gela di iniziare un cammino di liberta’ e dignita’. Nunzio non era pentito di aver denunciato il pizzo perche’ quel volto dello Stato, la giustizia, aveva scritto la sentenza di condanna dando valore alle nostre testimonianze, ai nostri racconti, sostanzialmente alle nostre vite”. Dopo le condanne, ma anche nel corso delle varie udienze, accusano, “non abbiamo piu’ visto l’altro volto dello Stato, le istituzioni politiche. Nunzio mi diceva ogni giorno: ma chi ficiumu pi miritarini chistu? (ma cosa abbiamo fatto per meritarci questo? ndr). Lo Stato dove si trova? Nunzio e’ vittima di mafia e con lui i suoi familiari. Chiedo allo Stato di ripresentarsi perche’ una vittima di mafia non puo’ essere anche vittima dello Stato”.

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