CALTANISSETTA – Questa mattina, giovedì 18 aprile, nell’Aula Magna del Liceo Classico e Linguistico “R. Settimo” dalle 11:30 si terrà un incontro volto a presentare agli studenti delle classi quarte il volume di Leonardo Sciascia “Storia della mafia” (casa editrice Barion). All’incontro interveranno il critico letterario ed editore Benvenuto, l’avvocato Falzone, il giornalista Lauria, il giudice Tona, l’avvocato Iacona. Modererà l’avvocato Falzone. L’organizzazione è a cura della prof.ssa Silvia Pignatone.
L’unico saggio sulla mafia “griffato” Sciascia
di Salvatore Falzone (il Fatto Nisseno – marzo 2013)
“Non c’è impiegato in Sicilia che non sia prostrato al cenno di un prepotente e che non abbia pensato a trarre profitto dal suo ufficio. Questa generale corruzione ha fatto ricorrere il popolo a rimedi oltremodo strani e pericolosi. Ci sono in molti paesi delle fratellanze, specie di sette che diconsi partiti, senza riunione, senz’altro legame che quello della dipendenza da un capo… Il popolo è venuto a convenzione coi re. Come accadono furti escono dei mediatori… Molti alti magistrati coprono queste fratellanze…”. Così don Pietro Ulloa, procuratore a Trapani nell’anno di grazia 1838. Un giudizio e un ritratto ancora stimolanti, di cui Leonardo Sciascia si appropria per tracciare un profilo denso e problematico della onorata società: in uno scritto dimenticato e adesso ripescato e per la prima volta pubblicato in volume. Il titolo? “La storia della mafia”. Casa editrice: Barion, marchio in attività tra le due guerre che mescolava classici e testi scolastici, poi rilevato da Mursia e da qualche settimana resuscitato da Beppe Benvenuto che ne è il direttore editoriale. Prima di andare disperso, il testo dello scrittore di Racalmuto (che di fatto inaugura la seconda vita di Barion) apparve nel 1972 nella mondadoriana “Storia illustrata”. Di fatto è un inedito, ed è l’unico saggio sulla mafia griffato dall’autore del “Giorno della civetta”, che di Cosa Nostra si è sempre occupato in salsa narrativa. In questo pamphlet (che ha l’aria di una “voce” enciclopedica) Sciascia rivela che la parola mafia appare nel primo vocabolario siciliano di Traina (1868) come importata dal Piemonte, sulla scia della spedizione dei Mille. Eppure, spiega lo scrittore, per il celebre studioso di tradizioni popolari Pitrè era solo “una ipertrofia” dell’ego ribellista, l’io dei singoli siciliani, l’esagerato concetto della forza individuale. La mafia – sosteneva Pitrè – non è una setta né un’associazione, perché non ha regolamenti né statuti. Semmai, a differenza del Traina, Pitrè “toglie al mafioso – chiosa Sciascia – brutalità e prepotenza e le attribuisce agli altri, a quelli contro cui il mafioso si ribella; sicchè la mafia altro non sarebbe che un sentimento di libertà, un atteggiamento di fierezza contro le angherie dei potenti e la inettitudine della legge e dei pubblici poteri”. A pensarla diversamente, anzi all’opposto, è il procuratore generale Alessandro Mirabile, agrigentino, che nelle sue requisitorie parlava di “setta” individuando un responsabile dell’invenzione della mafia come associazione per delinquere: Giuseppe Rizzotto, che nel 1862 aveva scritto la commedia I mafiosi di la Vicaria (la Vicaria era una prigione palermitana). Ma, a parte Mirabile, tra i nomi dei siciliani che non hanno negato l’esistenza della mafia come associazione criminale – e che non ritenevano che parlarne significasse offendere la Sicilia – Sciascia annovera anche Bernardino Verro (“una delle più belle figure del socialismo siciliano”) e Napoleone Colajanni, studioso di problemi sociali e deputato del partito repubblicano. Sciascia prosegue nel suo studio e dopo aver riportato l’etimologia di “cosca” (termine che indica la corona di foglie del carciofo) scrive tra l’altro: “La parola mafia (che in origine avrà avuto il significato che le attribuisce il Pitrè; e il più antico documento in cui la troviamo, del 1658, la dà come soprannome di una magàra, cioè di una donna dedita a pratiche di magia) è stata applicata alla cosa, o la cosa ha preso quel nome, in forza di una distinzione qualitativa che i fatti criminali assumono in Sicilia rispetto a quelle di altre regioni, di altri paesi. Non tutti, si capisce, e non in tutta la Sicilia”. E proprio questa distinzione salta fuori in una relazione del già citato procuratore don Pietro Ulloa. A questo proposito Sciascia si concede un amaro commento: “Leggeremo mai, negli archivi della commissione parlamentare antimafia, una relazione acuta e spregiudicata come questa di Ulloa?”. Il saggio dello scrittore siciliano continua e offre più d’uno spunto di riflessione: sposando la tesi, per esempio, dello storico inglese Eric Hobsbawn secondo cui la rivoluzione francese nell’Isola l’ha fatta la mafia. Oppure rileggendo “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa in chiave “antimafia”: a partire dalla famosa frase del principe di Salina (“Noi fummo i Gattopardi, i Leoni: chi ci sostituirà saranno le iene e gli sciacalli”) Sciascia osserva infatti che iene e sciacalli si annidarono tanto nella spedizione dei Mille quanto nella neutralità verso il fascismo. Anzi, vista la presenza del prefetto Mori, inviato dal Duce in Sicilia a combattere la mafia, “i boss sarebbero stati partigiani, tra i più autorevoli e valorosi”. Iene e sciacalli, dunque. Gli stessi animali che si allearono con gli americani per favorirne lo sbarco. Gli stessi che fecero sparire De Mauro e uccisero il procuratore Pietro Scaglione all’inizio dei Settanta. Iene e sciacalli, picciotti che Sciascia paragona ai bravi di Manzoni, prima di proporre ai lettori “la più completa ed essenziale definizione” che si può dare della mafia: “associazione per delinquere con fini di illecito arricchimento per i propri associati, che si pone come intermediazione parassitaria, con mezzi di violenza, tra proprietà e lavoro, produzione e consumo, cittadino e Stato”.

