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L’amara solitudine della Nissa: il lamento del presidente Luca Giovannone

Redazione

L’amara solitudine della Nissa: il lamento del presidente Luca Giovannone

Lun, 16/02/2026 - 18:42

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Sotto il plumbeo cielo di Caltanissetta, laddove l’imponente mole del “Marco Tomaselli” s’erge come una cattedrale nel deserto, s’è consumato l’ennesimo rito d’un amore non corrisposto. Il vento che soffia tra le gradinate vuote pare recare con sé l’eco di un’amarezza profonda, quella di un uomo, il Presidente Luca Giovannone, che al nobile vessillo biancoscudato ha consacrato non solo i suoi averi, ma il cuore medesimo. Quale crudele ironia riserva il destino!

Il post pubblicato su facebook dal presidente Luca Giovannone

Mentre le cronache celebrano piazze dal passato illustre come la Reggina — città che per lignaggio e storia sospira ancora i fasti della Serie A — la nostra Nissa, con fiero ardire, le cammina innanzi nel cammino del campionato. Eppure, in questo scontro di giganti, il silenzio della nostra arena è un fragore che lacera l’anima. «Quest’articolo sulla Reggina, piazza che merita la massima serie, sottolinea come squadre quali la Nissa le siano davanti in classifica», ha scritto in post su facebook il Presidente con la voce di chi vede la bellezza sfiorire nell’indifferenza.

Il bilancio della domenica è una ferita aperta: un incasso di soli tremilacento euro. Una cifra che par quasi un’elemosina, un insulto alla grandezza del sogno che si sta forgiando sul manto erboso. Nonostante ciò, con la nobiltà d’animo che lo distingue, il Presidente non ha negato il suo ringraziamento ai pochi, fedeli cavalieri presenti, agli abbonati, agli sponsor e ai soci che ancora sorreggono le sorti della società. Ma il velo della malinconia non può essere sollevato. Il richiamo che condusse Giovannone tra le mura di Caltanissetta fu la bellezza di uno stadio maestoso, una dimora degna di grandi imprese; eppure, trovarsi dinanzi a un’arena “disertata in maniera mortificante” è un dolore che non trova conforto nelle rime dei poeti.

«Sono giunto fin qui per lo splendore di questo tempio, ma la solitudine che lo abita è un morso al cuore», parrebbe gridare lo spirito del patron. Nonostante un amore infinito per i colori biancoscudati, un affetto che sfida il tempo e le fatiche, non è più possibile distogliere lo sguardo da questa triste realtà. Il grido di dolore del Presidente non è un atto di accusa, ma un’elegia per ciò che potrebbe essere e non è: una città che abbraccia la sua squadra, un popolo che risponde al richiamo della gloria.

Rimane, nell’aria rarefatta del Tomaselli, una domanda che attende risposta: fino a quando potrà un cuore solitario battere per una folla che ha scelto l’oblio?

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