In Italia si può discutere di tutto: tasse, calcio, festival canori e persino dell’ananas sulla pizza. Ma c’è un terreno che, ciclicamente, riaccende gli animi con un vigore quasi epico: la carne di cavallo.
La presentazione di un progetto di legge sulla macellazione equina (redatto dall’onorevole Michela Vittoria Brambilla per dichiarare gli equidi animali d’affezione e, conseguentemente, vietarne la macellazione e l’utilizzo a scopo alimentare) ha riaperto un fronte emotivo che attraversa stalle, social network e tavole imbandite. E come sempre accade nel Bel Paese, la questione gastronomica si è trasformata in un piccolo caso nazionale.
Da un lato, i paladini del “lasciate correre i cavalli” — animalisti, romantici e nostalgici dei western con Silver al galoppo — che vedono nel provvedimento l’ennesimo attacco a un animale percepito più come compagno di avventure che come alimento. Dall’altro, i difensori della tradizione culinaria, soprattutto in regioni dove la carne equina è parte integrante dell’identità gastronomica, pronti a ricordare che il filetto di cavallo non è una provocazione, ma una consuetudine.
Sui social, nel frattempo, il dibattito ha assunto toni degni di una seduta parlamentare in piena campagna elettorale. C’è chi invoca referendum, chi cita la dieta mediterranea, chi improvvisa trattati di etica animale in 280 caratteri. E naturalmente non mancano i paragoni arditi: qualcuno ha persino evocato l’epopea di Furia, quasi a suggellare l’idea che il cavallo, nella nostra immaginazione collettiva, sia più eroe che arrosto.
Il progetto di legge è finito così nel tritacarne mediatico. Il tema sanitario si intreccia con quello culturale, mentre la politica osserva con l’aria di chi ha appena scoperto che, in Italia, non esistono “argomenti minori”.
Perché la carne di cavallo, piaccia o meno, racconta una doppia anima: quella rurale, fatta di tradizioni locali e mercati storici, e quella urbana, più sensibile al benessere animale e alle nuove sensibilità etiche. Nel mezzo, milioni di italiani che, forse, vorrebbero solo capire se il provvedimento cambia davvero qualcosa nelle loro abitudini alimentari.
E così, mentre nelle aule si discute di norme e commi, nelle case si discute di principi e bistecche. In un Paese dove il cibo è identità, memoria e bandiera, anche un disegno di legge può trasformarsi in una corsa a ostacoli.
Il cavallo, ancora una volta, non corre soltanto nei campi: corre nel dibattito pubblico. E in Italia, si sa, quando si parla di tavola, nessuno resta in sella troppo a lungo senza dire la sua.

