Il carcere di Santa Maria Capua Vetere Francesco Uccella ha più padiglioni, tutti con nomi di fiumi, Nilo, Tamigi, Tevere, Volturno, Danubio, Senna (la sezione femminile), in totale ad oggi, 945 detenuti.
Il 6 aprile 2020, piena pandemia da Sars-Cov-2, in quel carcere ha avuto luogo ‘un’orribile mattanza’, come la definisce il giudice per le indagini preliminari che ha disposto 52 misure cautelari nei confronti di agenti e dirigenti della polizia penitenziaria, eseguite il 28 giugno di quest’anno.
Cosa è successo e come tutto è stato scoperto ed è nata quell’inchiesta lo ha raccontato ad Askanews il Garante regionale dei detenuti della Campania il professore Samuele Ciambriello, che con le prime denunce ha fatto partire l’indagine. Ciambriello è garante dal 2017 ma, come ama ripetere, da 40 anni si occupa dei diritti delle persone sottoposte a restrizioni della libertà personale. E recentemente ha scritto un libro ‘Carcere’, una parola che ‘è l’anagramma di cercare. Cercare per ricostruire, per ritrovarsi, seguendo una strada che è tracciata anche dalla Costituzione’.
Quello che è successo un anno fa nel carcere di Santa Maria Capua Vetere ha un altro nome, la magistratura lo ha rubricato come reato: maltrattamenti, torture, lesioni. Ecco come il Garante ha ricostruito quei giorni: è domenica, il 5 aprile 2020 in un padiglione del carcere il Tevere, media-alta sicurezza, vengono scoperti alcuni detenuti positivi al Covid-19. In quel padiglione sono in 130 e ci si attiva per fare a tutti loro i tamponi.
La stessa sera un gruppo di detenuti di un altro padiglione vicino, il Nilo, detenuti cosiddetti comuni, 292 anime in totale, si barrica: ‘Vogliono essere informati su ciò che sta accadendo, vogliono informazioni sulla sospensione dei colloqui con i familiari, quali sono le misure di profilassi e chiedono tamponi per tutti’. A questo punto ‘interviene un’opera di mediazione-persuasione e una delegazione di detenuti incontra il comandante e alcuni agenti della polizia penitenziaria del carcere. Ci si accorda affinché la mattina dopo i detenuti possano parlare con alcuni magistrati di sorveglianza, così all’esito di questa piccola protesta i detenuti rientrano ed è tutto tranquillo.
La sera stessa rientrano nelle celle ‘grazie – e lo dice la procura – all’opera di persuasione e mediazione attuata dal personale di polizia penitenziaria del carcere’. Quindi già domenica sera c’è calma nel carcere. Il giorno dopo, come promesso, i detenuti, una quarantina di quelli del padiglione Nilo, parlano con due magistrati di sorveglianza. ‘E – ricorda il Garante dei detenuti della Campania – uno dei magistrati dopo il colloquio fa anche una dichiarazione su Rai3.
Dice nessun problema di ordine pubblico, i detenuti stanno nelle celle, hanno chiesto interventi sanitari, di essere informati, di farsi il tampone. Tutto questo per dire che non c’era nessuna rivolta. La sera stessa rientrano nelle celle, il giorno dopo incontrano i magistrati di sorveglianza e uno di loro assicura che la situazione è calma e tranquilla’. Invece nel pomeriggio, quello stesso pomeriggio, ‘dalle 15.30-16 in poi, fino alle 19 accade quello che loro hanno chiamato ‘perquisizione straordinaria’ nei confronti dei 292 detenuti el padiglione Nilo, ma che il gip ha definito un’orribile mattanza. Quel pomeriggio nel reparto dei detenuti comuni entrano quasi 300 agenti della penitenziaria (283 dice l’ordinanza del Gip).
Arriva il cosiddetto Gruppo di supporto agli interventi, un gruppo speciale alle dipendenze del provveditore regionale, 200 agenti circa, che si unisce a un centinaio di agenti già nel carcere. Tra gli agenti c’erano anche donne, commissari e dirigenti. E parte la mattanza cella per cella, stanza per stanza, per tutto il pomeriggio picchiano senza guardare in faccia e nessuno. Ci sono i video. Picchiano anche un detenuto che esce la sera stessa e appena esce pubblica le foto su Facebook.
Il 7 aprile iniziano ad arrivare a me le chiamate dei detenuti, le prime denunce dei detenuti e dei familiari, e io l’8 aprile faccio partire il primo esposto’. Come annota la procura: ‘Le indagini sulla dinamica del 6 aprile, sulle violenze occorse erano originate da un esposto del garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Campania, datato 8 aprile 2020’. Nell’esposto c’erano informazioni raccolte dal Garante, dai detenuti e dai familiari, le registrazioni di conversazioni telefoniche avvenute tra detenuti e familiari, e le immagini pubblicate sui social. Il 9 aprile 2020 protestano davanti al carcere del casertano i familiari dei detenuti che hanno subito le violenze.
Il 9 aprile, in serata, anche il magistrato di sorveglianza inizia a vedere i detenuti che dal reparto Nilo erano stati trasferiti (la sera del 6 aprile) in isolamento. ‘Dal 10 aprile – racconta il Garante Ciambriello – inizio a sentire anche io i detenuti in isolamento, mi raccontano episodi e particolari raccapriccianti’. Non gli era stata data alcuna biancheria, né per il letto né per il bagno, nessuna cura nonostante avessero evidenti lividi. I detenuti vogliono denunciare: ‘Inizio a segnare i nomi e i cognomi di detenuti che mi dicono vogliono fare una denuncia alla Procura. Alla fine del mese invio quindi un’altra lettera alla procura in cui indico tutti i dettagli delle violenze che mi hanno riferito i detenuti’.
Intanto, l’11 aprile, la magistratura ha già fatto sequestrare l’impianto di video sorveglianza, con le immagini che documentano ciò che era avvenuto, confermano i racconti dei detenuti. Quelle immagini sono decisive, ‘era possibile accertare in modo inconfutabile la dinamica violenta, degradante e inumana che aveva caratterrizzato l’azione’, annota la stessa procura. Ci sono agenti, nascosti dietro i caschi antisommossa, mephisto o mascherine che colpiscono con i manganelli i detenuti. Un corridoio umano di agenti che con calci, schiaffi sulla nuca, sfollagente percuotono ‘sistematicamente’ i detenuti costretti a passare in mezzo. ‘Colpi volutamente violenti’, sottolinea la procura che contesta ‘violenze e torture’. Anche umiliazioni, con il taglio forzato di barba e capelli, detenuti fatti stare in ginocchio per ore.
C’è una scena che la procura definisce ‘straziante’ di un uomo colpito mentre sta in ginocchio che cerca disperatamente di proteggersi la testa con le mani. ‘Alcuni rumors dicono che all’epoca provarono a spegnere l’impianto ma non ci riuscirono o forse – aggiunge il Garante – sarà stata una sorta di idea di immunità-impunità, non so, ma quelle immagini, alcune delle quali le hanno viste tutti, non lasciano scampo’. Non c’è spazio per i ‘ma’: ‘Ci sono sono prove concrete di ciò che è accaduto, i video delle telecamere a circuito chiuso hanno ripreso quello che gli agenti hanno fatto.
E ci sono le chat degli agenti’. Al fascicolo della procura infatti, dopo il sequestro di smartphone, si aggiungono anche i messaggi che gli agenti si scambiano, sia prima del pomeriggio del 6 aprile, da cui emerge un’azione pianificata (“ok domate il bestiame’), sia dopo. Messaggi che – sottolinea la procura – rivelano un’azione ‘chiaramente attuata come punitiva e dimostrativa’, si vuole dare ‘un segnale forte’ (e successivamente – annota sempre la Procura – rivelano anche falsi ideologici e depistaggi, per ostacolare le indagini e nascondere i reati).
Uno dei messaggi nelle chat degli agenti poco dopo esulta: ‘Oggi la polizia penitenziaria ha vinto’. ‘Più volte – aggiunge il Garante – io ho espresso apprezzamento per il lavoro svolto dal corpo della polizia penitenziaria e continuo ad avere fiducia, ma quello che è accaduto a Santa Maria Capua Vetere è senza se e senza ma una ‘mattanza’. Come dice il gip, e ci sono prove inequivocabili. Qui vediamo immagini di persone, agenti, che colpiscono con calci, pugni, schiaffi, manganellate violente e colpi anche a chi stava su una sedia a rotelle. E poi i depistaggi che ci sono stati su documenti e consulenze’. Come si è potuto arrivare a tanto? Piena pandemia da Sars-cov-2, in tutte le carceri c’erano state proteste, anche violente ‘c’era un clima pesante. Ho sentito in quel periodo dichiarazioni di politici e di magistrati da rabbrividire, trasmissioni intere dove si continuava a dire ma ‘qual è il problema? Chi sta in cella sta più al sicuro’.
C’era sdegno verso qualcuno che era uscito agli arresti domiciliari, c’era una forma di giustizialismo diffuso’. Giorni di paura, con le rivolte per le misure contro il contagio e la sospensione dei colloqui in 49 carceri italiane (dal 7 al 10 marzo 2020) durante le quali sono successe cose ancora da chiarire. Sono stati feriti 40 agenti e sono morti ‘per overdose’ 13 detenuti: ‘Ci ha raccontato il Dap che 13 detenuti rivoltosi sono morti, tutti guarda caso per overdose da metadone. Io allibisco. C’è stata tanta superficialità in tutto quello che succedeva in quel periodo nelle carceri. La pandemia ha amplificato tutti i problemi già esistenti a partire dal sovraffolamento e dalle condizioni igienico-sanitarie. E se è stata dura per noi fuori come era per i detenuti? Chiusi in celle in 8-10, nessun distanziamento.
E senza più nulla nemmeno i colloqui con i familiari. Eppure è stato tutto ignorato’. E quello che è accaduto a Santa Maria Capua Vetere è senza precedenti: ‘Io mi occupo di carcere da 40 anni, il carcere si è sempre basato solo su contenimento e custodia. Ho avuto a che fare con singoli episodi di maltrattamenti, li ho segnalati e denunciati ma mai con questi numeri e proporzioni’. C’è un particolare, nonostante il tempestivo intervento della magistratura di Santa Maria Capua Vetere, che ancora inquieta il garante e su cui punta il dito: ‘Malgrado l’avvio delle indagini sono rimasti per un anno nello stesso carcere dove sono avvenute le violenze centinaia di agenti denunciati, nel carcere dove c’erano più di 50 detenuti che li avevano denunciati. Questa è una cosa da stigmatizzare. Ancora oggi c’è questa persistenza. Ci sono infatti 8 agenti in carcere, 18 agli arresti domiciliari, altri 23 interdetti, 3 in obbligo di dimora, e altri sono indagati a piede libero e nel carcere di Santa Maria Capua Vetere ce ne sono ancora almeno una ventina di quegli agenti’.
Senza contare, ovviamente, quelli ancora non riconosciuti perchè con il volto coperto. La conferenza nazionale dei garanti territoriali ha fato un’ampia riflessione, dopo quello che è successo a Santa Maria Capua Vetere, ‘ha suscitato profondo turbamento e una grande preoccupazione, bisogna intervenire e fare una discussione seria sul carcere, come dovrebbe essere alla luce della Costituzione. Perché la politica non interviene tra cio che è e ciò che dovrebbe essere? Il tema è quello dei diritti fondamentali della persona. Ma se c’è ancora chi pensa che bisogna buttare la chiave. Quando invece bisognerebbe avere il coraggio di fare un indulto’. Andando al concreto per il professore Samuele Ciambriello serve anche più personale di polizia penitenziaria, e più formazione per loro, ‘soprattutto sono pochissime le figure di educatori. In Campania su 6500 detenuti ci sono circa 30 educatori, mancano psicologi, assistenti sociali. E come si può così costruire inclusione sociale?’. Che al momento, di fatto, ‘dopo le 15 nel carcere non c’è più nessuno, con i detenuti ci sono solo gli agenti che vengono lasciati soli a decidere di tutto’. Ora ‘i garanti dei detenuti chiedono alla ministra della Giustizia Cartabia una riflessione profonda e un impegno. Mettere in campo una discussione seria sul carcere. bisogna de-carcerizzare.
La vera sicurezza si realizza con l’inclusione non con la reclusione’. ‘La realtà è che il carcere è una discarica sociale, una risposta semplice di (effimera) sicurezza a problemi complessi’, ma la Costituzione (se non altro) chiede qualcosa di molto diverso: ‘Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato’ (articolo 27, terzo comma).

