Borsellino: depistaggi e processi, ricerca verita’ continua

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“Uno dei piu’ gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana”, con servitori infedeli dello Stato che convinsero piccoli criminali a trasformarsi in pentiti di Cosa nostra per costruire una falsa verita’ sull’attentato al giudice Paolo Borsellino. E’ uno dei passaggi cruciali dalle motivazioni, depositate a fine giugno 2018, della sentenza della Corte d’assise di Caltanissetta che nell’aprile 2017 aveva concluso il quarto processo sulla strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992, che in primo grado ha visto i boss palermitani Salvatore Madonia e Vittorio Tutino condannati all’ergastolo; 10 anni ciascuno ai falsi collaboratori di giustizia Calogero Pulci e Francesco Andriotta, reato prescritto per Vincenzo Scarantino. Verdetto confermato in appello, ma 27 anni dopo la strage la ricerca della verita’ continua. PEZZI DEVIATI DELLO STATO. “INDAGARE MISTERI IRRISOLTI” Parole rimbalzate nel processo d’appello del Borsellino quater. Il procuratore generale, Lia Sava, nella sua intensa requisitoria nel processo in Corte d’Assise d’Appello a Caltanissetta, spiegava: “La cosiddetta trattativa e le concomitanti singolari vicende relative al rapporto mafia-appalti, possono aver contribuito, anche senza interferenze fra loro, ad indurre Salvatore Riina alla piu’ rapida eliminazione di Borsellino”.

 A parere della procura generale “e in attesa dell’esito definitivo del processo Trattativa, se sara’ provato in maniera inconfutabile, che l’accelerazione dell’uccisione del giudice Paolo Borsellino e’ stata determinata anche dalla sua opposizione ad accordi fra elementi deviati dello Stato e Cosa nostra, avremo, quale conseguenza immediata e diretta, altri elementi utili e importanti al fine di comporre lo scenario di quella tragica stagione stragista”. Il Pg aveva poi ammonito: “Tocca ai magistrati l’arduo compito di acquisire, a distanza di numerosi anni, ulteriori elementi per la ricostruzione completa della dinamica della strage di via d’Amelio, che presenta ancora oggi, diversi punti drammaticamente irrisolti”. L’ATTO D’ACCUSA IN 1865 PAGINE La Corte d’assise nelle 1865 pagine delle motivazioni del Borsellino quater critica il team che indago’ sulla strage sotto la guida di Arnaldo La Barbera, il funzionario di polizia morto per un tumore nel 2002. In particolare gli inquirenti avrebbero convinto il falso pentito Vincenzo Scarantino a fornire una versione distorta dell’esecuzione dell’attentato e avrebbero messo in atto il depistaggio. CONVERGENZA DI INTERESSI I magistrati avanzano anche il sospetto che si sia voluta occultare la “responsabilita’ di altri soggetti per la strage, nel quadro di una convergenza di interessi tra Cosa nostra e altri centri di potere che percepivano come un pericolo l’opera del magistrato”. Il piano aveva un movente non definito, il presunto regista e’ ormai morto: l’ex capo della task force investigativa Arnaldo La Barbera. La Barbera, in particolare, sarebbe stato coinvolto nella sparizione dell’agenda rossa di Borsellino. Palese l’inattendibilita’ di Scarantino emersa davanti a decine di magistrati: pur protagonista di mille ritrattazioni, le sue accuse hanno retto fino in Cassazione. Ingiustamente condannati all’ergastolo Salvatore Profeta, Gaetano Scotto, Cosimo Vernengo, Natale Gambino, Giuseppe La Mattina, Gaetano Murana e Giuseppe Urso, scagionati nel processo di revisione.

Il depistaggio dell’inchiesta sulla strage di via D’Amelio fu portato avanti grazie all'”attivita’ degli investigatori che esercitarono in modo distorto i loro poteri”, secondo la corte d’assise di Caltanissetta che parla, dunque, del “pilotaggio” delle dichiarazioni del falso pentito Vincenzo Scarantino, pressato perche’ accusasse innocenti. Le sue scarse “capacita’ di reazione” furono azzerate a suon di botte e con una sorta di lavaggio del cervello, grazie alla quale il falso pentito indirizzo’ le indagini sulla fase esecutiva dell’attentato. Gli investigatori avrebbero coordinato e reso sovrapponibili i vari contributi dei falsi collaboranti, segnati da “anomalie nell’attivita’ di indagine”, non rilevate pero’ dagli inquirenti e dai giudicanti, nonostante, “nel corso della collaborazione dello Scarantino”, ci fosse stata “una serie impressionante di incongruenze, oscillazioni e ritrattazioni”. I giudici danno atto della “ritrattazione della ritrattazione e di una nuova ritrattazione successiva alle dichiarazioni” di Gaspare Spatuzza, l’ex boss di Brancaccio, che aveva definitivamente smentito Scarantino. Responsabilita’ di La Barbera si’, dei tre poliziotti pure, ma l’atteggiamento del falso pentito-picciotto della Guadagna e tutti i dubbi emersi su di lui “avrebbero logicamente consigliato un atteggiamento di particolare cautela e rigore nella valutazione delle sue dichiarazioni, con una minuziosa ricerca di tutti gli elementi di riscontro, positivi o negativi che fossero”. Cosa che non sarebbe stata fatta, ne’ dai pm ne’ dai giudici, fino in Cassazione. STATO-MAFIA, TRATTATIVA ACCELERO’ STRAGE Per i giudici del processo Stato-mafia, come scrivevano nelle colossali motivazioni di 5252 pagine del processo primo grado, depositate il 19 luglio 2018, “non c’e’ dubbio che quell’invito al dialogo pervenuto dai carabinieri attraverso Vito Ciancimino costituisca un sicuro elemento di novita’ che puo’ certamente avere determinato l’effetto dell’accelerazione dell’omicidio di Borsellino”.
 La finalita’ “era approfittare “di quel segnale di debolezza proveniente dalle istituzioni dello Stato e di lucrare, quindi, nel tempo dopo quell’ulteriore manifestazione di incontenibile violenza concretizzatasi nella strage di via d’Amelio, maggiori vantaggi rispetto a quelli che sul momento avrebbero potuto determinarsi in senso negativo”. E questo e’ un fatto anche laddove non si volesse convergere sulla conclusione dell’accusa secondo cui “Riina abbia deciso di uccidere Borsellino temendo la sua opposizione alla trattativa, conclusione che peraltro trova una qualche convergenza nel fatto che, secondo quanto riferito dalla moglie, Agnese Piraino Leto, Borsellino, poco prima di morire le aveva fatto cenno a contatti tra esponenti infedeli delle istituzioni e mafiosi”. PROCESSI PARALLELI. POLIZIOTTI E PM SOTTO ACCUSA Nelle stesse ore in cui, oltre un anno fa, venivano depositate le motivazioni del Borsellino quater, uno snodo importante lo faceva segnare l’avvio dell’udienza preliminare a Caltanissetta a carico di tre poliziotti. Per la prima volta la procura nissena aveva chiamato a rispondere uomini dello Stato del depistaggio per l’eccidio del 19 luglio 1992. Attualmente sotto processo il funzionario Mario Bo e i poliziotti Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei accusati di calunnia in concorso. Ai tre i pm contestano l’aggravante secondo la quale con la loro condotta avrebbero favorito Cosa nostra. I tre avrebbero confezionato una verita’ di comodo sulla fase preparatoria dell’attentato e costretto il falso pentito Vincenzo Scarantino a fare nomi e cognomi di persone innocenti. Un piano il cui presunto regista era Arnaldo La Barbera che avrebbe avuto comprimari come Bo ed “esecutori” come Ribaudo e Mattei. Intanto, la procura di Messina, diretta dal procuratore Maurizio de Lucia, coordina l’inchiesta aperta nei confronti di due magistrati che in quegli anni si occuparono dell’attentato, Carmelo Petralia e Annamaria Palma, rispettivamente procuratore aggiunto a Catania e avvocato generale a Palermo. I due magistrati sono indagati per calunnia aggravata. La macchina della giustizia e della verita’ non si ferma.

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