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Caltanissetta. Mafia: processo Messina Denaro, “la missione romana per Falcone”

Redazione

Caltanissetta. Mafia: processo Messina Denaro, “la missione romana per Falcone”

Mar, 07/07/2020 - 15:08

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Caltanissetta. Mafia: processo Messina Denaro, “la missione romana per Falcone”

“Prima di consegnarsi in carcere il 1 febbraio, lo storico boss Mariano Agate lascio’ le chiavi di un appartamento utilizzato da altri boss durante la missione romana del ’92 in cui doveva morire Giovanni Falcone”. Lo ha detto il pm Gabriele Paci, ricostruendo la spedizione nella capitale dell’attuale ricercato Matteo Messina Denaro, giunto a Roma con un piccolo commando per uccidere il magistrato palermitano e altri obbiettivi sensibili.

“La sentenza della corte d’Appello di Catania sull’attentato a Borsellino, tende a sminuire l’importanza di questa missione romana, durata dal 24 febbraio al 4 marzo, ma e’ mio compito dimostrare alla Corte come non ci sia stata una certosina tendenza a studiare questa circostanza”, ha detto il magistrato durante la requisitoria nel processo in cui il latitante e’ imputato come mandante delle Stragi del ’92.

Il 30 gennaio la corte di Cassazione aveva confermato la sentenza del Maxiprocesso e il giorno seguente Agate (capo del mandamento di Mazara del Vallo) “incontro’ Riina per comunicargli le sue intenzioni. Riina gli disse ‘lascia le chiavi’, riferendosi a un appartamento occupato dal boss durante un soggiorno obbligato a Roma.

L’abitazione venne utilizzata poi da Vincenzo Sinacori e Francesco Geraci (fedelissimi di Messina Denaro, poi divenuti collaboratori di giustizia), ma l’acqua non funzionava e i due alla fine si trasferirono in un’altra casa, in cui si trovavano gia’ Matteo Messina Denaro e Lorenzo Tinnirello. “Noi eravamo autorizzati da Messina Denaro ad uccidere – disse Sinacori – per piazzare un’autobomba invece avremmo dovuto informare Riina” perche’ era necessario l’intervento di un’artificiere che sarebbe dovuto arrivare da Brancaccio (Palermo).

Poi il piano fini’ in soffitta perche’ si ritenne che il magistrato non poteva essere ucciso senza fare altre vittime e quindi si viro’ sul giornalista Maurizio Costanzo, che all’epoca aveva condotto delle trasmissioni contro la mafia. Non viene ucciso soltanto perche’ in quei giorni, dopo aver registrato le puntate nel quartiere Parioli, raggiungeva la casa dell’allora ministro Vincenzo Scotti, presidiata dalle forze dell’ordine. Ucciderlo con un autobomba avrebbe svelato l’intero piano delle Stragi. “Non ci fu alcuno stop alla missione romana, ci sono dei metodi coordinati, tanto che Messina Denaro non annulla gli omicidi, ma spedisce Sinacori da Riina per capire cosa fare e se eventualmente intervenire con l’esplosivo”, ha detto Paci. Il 4 marzo l’allora reggente di Mazara del Vallo torno’ in Sicilia e quando va a trovare Riina incontra Giovanni Brusca, anche lui sul posto per incontrare il boss dei corleonesi.

“Nessuno dei due sapeva cosa faceva l’altro e le loro versioni si sono incrociate proprio durante i processi”, ha aggiunto il pm. Sinacori racconto’ che Riina gli disse: “fermatevi li, perche’ ci sono cose piu importanti”. Il messaggio arrivo’ anche a Roma e l’intero gruppo torno’ in Sicilia. Proprio in quell’incontro, Brusca era stato informato che da Riina della missione romana, perche’ “Riina si lamenta di un gruppo di giovanotti che fanno la bella vita e non quagliano, facendo riferimento a Matteo Messina Denaro”, ha detto Paci.