Lino Banfi nominato all’Unesco: solo la filosofia di Oronzo Canà ci aiuta a capire il momento che viviamo

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Tutta colpa di Checco Zalone. Nel film «Quo vado?» Lino Banfi interpreta l’anziano senatore Nicola Binetto, un residuato della Prima Repubblica. Il senatore è l’idolo di Checco perché gli suggerisce sempre come non perdere il posto fisso: così, grazie ai preziosi consigli di Banfi, l’impiegato «caccia e pesca» non molla, non vuole perdere i benefici del pubblico impiego: illicenziabilità, permessi retribuiti, tredicesime, premi di varia natura (quaglie, salami, prosciutti…). Avendo trovato un posto fisso, o quasi, Luigi Di Maio doveva sdebitarsi e ha nominato Lino Banfi, di cui conosce tutti i film a memoria, a rappresentare il Paese nella commissione italiana per l’Unesco. È l’organismo che promuove l’attività dell’agenzia Onu nel nostro Paese, composto da funzionari ed esperti indicati dai ministeri.

Il sorriso non basta

La scelta di Di Maio è facilmente comprensibile, essendo il suo immaginario, nonostante la giovane età, fermo a quello degli anni 80. Un po’ meno comprensibile è la frase con cui Banfi ha salutato la nomina: «Quando mi hanno chiamato ho detto “che c’entro io con la Cultura?”. In questi casi rappresentanti all’Unesco si sono fatti con persone che si sono laureate, che conoscevano la geografia, le lingue. Io voglio portare il sorriso ovunque, anche nei posti seri». Con tutta la simpatia che proviamo per Banfi, con tutta la comprensione che abbiamo per la fragilità degli attori (tempo fa Lino era tutto per Emiliano), vorremmo dirgli che il sorriso non basta. È importante, ma non basta. Molto più utile la competenza, la tanto vituperata competenza.

«Burocrati della cultura»

Ora, è vero che l’Unesco è un organismo un po’ screditato (certe sue nomine fanno un baffo a Banfi), è l’agenzia Onu che ha ricevuto più critiche durante i suoi settant’anni di vita (nonostante ultimamente si occupi di pizze, di muretti a secco, dieta mediterranea, falconeria, pupi siciliani…). Banfi dovrebbe sapere che il 60 per cento del bilancio finisce in stipendi, e in alcuni casi la percentuale dei costi di struttura ha raggiunto persino l’80 per cento. Il principale problema dell’Unesco è che la sede si trova in una città molto bella, per cui i dipendenti appena possono si fanno trasferire a Parigi per diventare «burocrati della cultura». Una democrazia avanzata funziona bene se ognuno svolge il proprio lavoro con passione e competenza, non quando ci troviamo di fronte a troppi buoni a nulla, capaci però di tutto.

La filosofia di Oronzo Canà

Magari potessimo contare su plurilaureati, magari potessimo contare sulla qualità, sul talento, sul merito. E invece. Invece la prima, divertita reazione alla sorprendente designazione arriva da Matteo Salvini: «Lino Banfi ambasciatore all’Unesco? Va bene? E Jerry Calà, Renato Pozzetto, Umberto Smaila?» (anche qui, l’immaginario è fermo a quegli anni). D’altronde, giusto per allinearsi, solo la filosofia di Oronzo Canà (cfr «L’allenatore nel pallone») è in grado di aiutarci a capire il momento che stiamo vivendo: «E va bene guardare al futuro, ma noi dobbiamo guardare anche al presente, presidente. Mo’ ci metto all’ala fluidificante Daniele Piombi e ci metto all’ala tornante Pippo Baudo!». (di Aldo Grasso, fonte corriere.it)