MUSSOMELI- Domenica ricorre il ventennale dell’uccisione del beato Pino Puglisi e la città di Manfredi vive la seconda ed ultima domenica dedicata alla vergine Maria SS. Dei Miracoli. Per ricordare il martirio di questo straordinario prete illuminato da Dio abbiamo intervistato frate Giovanni Calcara, il domenicano che lo scorso anno ha letteralmente incantato il popolo dei fedeli di Maria durante le sue prediche nella prima ottava dedicata alla Patrona di Mussomeli. Un frate dal linguaggio forbito e straordinariamente comunicativo che, secondo l’opinione comune, se da un lato ha forgiato molte coscienze dall’altro ha scosso, e non poco, la sensibilità di taluni politici. “Il frate scomodo”, così abbiamo titolato la bellissima intervista che il domenicano ci ha rilasciato lo scorso anno, è rimasto molto legato a Mussomeli. Qui ha letteralmente lasciato un pezzo del suo cuore. Lo ha donato a quella gente che ha affollato le sue celebrazioni. Sa bene frate Calcara che i mussomelesi sono fervidi credenti. Soprattutto sa che il popolo di Maria alle virtù del prete in quanto tale, chiunque esso sia, non attribuiscono particolari meriti posti dinnanzi al progetto di Cristo che fa dello stesso un mero strumento per spezzare la Sua parola. I meno credenti, o per meglio dire, i “fedeli per caso” a frate Calcara legano e attribuiscono parte del risultato delle ultime elezioni regionali dove, il cosiddetto voto di protesta, ha letteralmente spazzato via la politica vecchio stampo. Frate Calcara sorride di fronte a ciò. Non dice nulla. Tiene tutto dentro si se. Forse anche qualche dimenticanza di troppo…Ma fa parte della vita. E come dice lo stesso: “…doniamo tutto a Dio”!
Padre Giovanni il sacrificio di padre Puglisi ha dato dei risvolti alla vita ecclesiale?
La beatificazione del “3p”, padre Pino Puglisi (Palermo, Brancaccio, 15 settembre 1937-1993) pone alla comunità ecclesiale e a quella civile, una serie di riflessioni, o meglio di interrogativi, per saper leggere nei “segni dei tempi” di evangelica memoria, l’attualità e l’esempio della vita che i “testimoni” ci pongono.
La chiesa in questo ventennio ha tratto qualche insegnamento?
Ha un senso ricordare-celebrare il “martirio” di don Pino, se la Chiesa che lo pone e lo indica “come modello per ogni sacerdote, di come vivere il suo ministero pastorale al servizio di Dio e dell’uomo” (cfr omelia del card. Romeo, 25 maggio, beatificazione di don Pino Puglisi) non ne raccoglie, in pieno, l’eredità e l’esemplarità, con la stessa determinazione del prete “che seminava speranza”?
Tutto quanto realizzato da padre Puglisi è stato “avventato” o “Illuminato”?
Non possiamo leggere le tappe del suo ministero pastorale come scelte occasionali: Settecannoli, Istituto Roosevelt per orfani, Godrano, Scaricatore, Brancaccio, l’insegnamento a scuola come l’assistenza spirituale a diversi gruppi e realtà ecclesiali, ma come afferma padre Giovanni Scaletta: “E’ l’identificazione con un Padre amante capace di paternità oblativa che ri-conoscendolo lo fa essere e gli conferisce la dignità di essere: <<Amo perché sono amato, dunque sono>>… Ma c’è dell’Altro… C’è un desiderio di senso che lo invade, lo anima, lo possiede, lo inquieta e che si declina come desiderio dell’Altrove inteso come apertura, attesa, invocazione”.
Secondo lei 3P era un sempliciotto prete “di campagna” amato dal popolo o un sacerdote erudito?
Don Pino legge e presenta ai fedeli i documenti del Concilio Vaticano II, si aggiorna anche sul magistero della Chiesa e dell’Episcopato italiano, tanto da poter permettere a don Mario Torcivia di poter intravedere, nell’opera del parroco di Brancaccio, una diretta ispirazione-sintonia, con esso, di quanto fatto nella sua ricca esperienza pastorale: Ha condannato i mafiosi esortandoli alla conversione; Ha dato vita a una parrocchia non solamente luogo di culto, creando una comunità missionaria di credenti, “soggetto sociale” del proprio territorio.
3P è stato un buon comunicatore?
Don Pino è un prete con una profonda vita spirituale che anima la sua missione e lo stile dei rapporti con chiunque viene in contatto con lui, alle volte con la semplicità e l’umorismo ma, anche con la forza e il coraggio, con cui parlava in chiesa come ai politici, per rivendicare i diritti degli abitanti di Brancaccio. Così infatti scriveva nel 1991: “Se vogliamo essere testimoni di Gesù, dobbiamo diventare testimoni della risurrezione… Certo, la testimonianza cristiana va incontro a difficoltà, diventa martirio; e infatti testimonianza in greco di dice martyrion… Dalla testimonianza al martirio il passo è breve, anzi è proprio questo che dà valore alla testimonianza”. Era quindi, pienamente, consapevole che la sua azione pastorale e civile era una aperta sfida alla mafia che, non poteva sopportare l’alternativa della “vita buona e onesta” proposta dal Vangelo che, don Pino predicava. Al killer che lo sta per ammazzare, sa solo sorridere e avere il coraggio di dire: “Me lo aspettavo!”.
Per concludere: la morte di don Puglisi è servita a qualcosa?
Ci potremmo fermare qui. Commuoverci per il grande esempio, per l’amore che don Pino ebbe per il suo ministero sacerdotale, per il martirio “in odio alla fede e al Vangelo” che ha subito. Mettere il suo santino in mezzo al libro delle nostre devozioni e riprendere la nostra vita di sempre: gli impegni per il catechismo, la Messa, i tridui e le novene in onore della gran Madre di Dio e i santi, beati e venerabili… in fondo è ciò che spesso ci piace e ci gratifica. Se avesse fatto così, don Pino sarebbe ancora fra noi. Avremmo avuto un martire in meno e un monsignore in più.
Sembra essere stata, quella di don Pino, una fine “inutile”, perché come afferma il prof. Giuseppe Savagnone: “la sua morte rappresenta e può rappresentare una sconfitta di tutti noi, della nostra Chiesa di Palermo”.


