CALTANISSETTA. In questi ultimi giorni di maggio del 2024, è stato ospite, a Caltanissetta, il segretario generale di Italia Nostra, Michele Campisi, storico dell’arte, architetto e restauratore. Campisi è nato a Sambuca di Sicilia (Agrigento) nel 1954, da diversi anni vive e lavora a Roma. Di seguito le sue riflessioni sulla Città di Caltanissetta in forma di diario di viaggio rese al presidente di Italia Nostra Sicilia Leandro Janni. Uno sguardo “altro” può essere utile, se non prezioso, per ri-leggere e comprendere meglio il luogo nel quale viviamo, abitiamo: insomma, quel luogo della nostra esistenza in cui troppo spesso, per eccesso di consuetudine, i nostri occhi non sono più capaci di vedere, di capire, di immaginare.

«Caltanissetta, 29 maggio 2024. Efemeridi di un breve viaggio. Due foto racchiudono il senso di questa città e ne colgono il divenire ambiguo dell’incedere continuo dei suoi spazi: nessuno uguale ad un altro e tutti definiti da alzate e discese. Sembra di camminare in un continuo senso non finito. Opere, cose e persone giunte ad un certo punto della vita che hanno preso altri percorsi, lasciando il vecchio racconto per un’altra storia; una nuova avventura. Bella è bella, ma di una bellezza che non può arrivare dal canone. Caltanissetta è una sovversione continua e questo effetto non può che riferirsi a due categorie umane: il coraggioso, o il pazzo avventuriero confuso da sempre più ambiziosi disegni che lo destituiscono dalla ragione umana e lo irretiscono nella irreparabile stoltezza.

Entrambe sono le anime del Moncada che non terminò mai la costruzione del suo regno personale, simbolicamente materializzato in ciò che rimane delle sue lesene mozzate. Un palazzo che sembra tagliato orizzontalmente da un perfetto fendente di un dio che muove l’avverso destino. Poco più avanti una cattedrale in sé definita di ogni dettaglio dal suo artista. Luogo che pare non appartenere al resto. Le luci di queste pitture contrastano tutto quello che c’é lì fuori. Un fiammingo (Borremans) che contrasta il buio di pittori monocoli e azzoppati. Le pitture del buio; del senso impossibile dove riposa il malanimo delle storie bibliche. Pezzi di palazzi si affacciano esibendo vocabolari forzati di forme e misure. L’antico non si mescola semplicemente col nuovo. Il nuovo cerca inutilmente di sovrastare tutto. Il nuovo sono caseggiati malfatti di colori che non si vedono. Una casa blu, una grigia, che si strattonano col dirocco di un cantonale di pietra molla; ocra di rena marina rovente. Le strade sono piene di origano. Almeno a giudicare dal profumo che esce dai balconi e cade sui selciati neri.
In mezzo ad una scalinata di un quartiere “abbandonato” al Magreb, ragazzi che riempiono di nuove civiltà vecchie consuetudini sparite, provano qui i loro villaggi. Anche loro vivono vite interrotte e riprese. Anche loro saranno costretti da un re allarmato che mostra in catene il principe coraggioso come monito all’impossibile sfida del subdolo.
“Munnu ha statu e munnu è!”.
Sentenza capricciosa che ci insanguina dalle parole di un giovane che impartisce ordini di capitano. Dice che studiare non serve; dice che lui, in un posto lontano, nella civiltà del demonio, vive da re e così ha tutto e tutto ne dimostra. É lì sulle scale di Moncada. Se n’è impregnato di una punta d’animosità rilasciata nei sassi della costruita in-finita. Mensole atroci pendono dalla balconata bianca di pietre ingessate. Il giovane non se ne cura. Chissà se le ha mai scrutate o se, come par di capire dal disastro edilizio d’ogni dove, le ha prese anche lui come “buon esempio” di vita? Come modello esistenziale. O forse gli é portato dall’umore d’origano che circonda le piazze e infila le vie alzate e poi giù per scale.
Intanto in mezzo ad una strada scalonata é cresciuto, accanto alle ortiche, ai mucchi di parietarie e vivaci cannucce assetate, un palo in pvc. Serve a portare la fibra? Un cavo telefonico per New Bengasi? La nostra incomunicabilità ci preclude ogni ricerca di comprensibilità. Stanno lì a rotulare i loro gutturali e noi continuiamo a cercare la soluzione di un dilemma surreale: fu pazzo? fu coraggioso? Fu tutto e niente. Fu quello che aveva pensato d’essere in quel momento e poi, tornò nel grembo del re! Tutti lo seguirono e ne venne una città incomprensibile, la cui bellezza appartiene solo agli uomini folli e coraggiosi. Forse é questo appuntamento che ci guida qui: a me per caso, a Leandro per storia; per ricominciare un’altra volta, che è sempre la stessa volta… stoltezza allora. Né follia, né coraggio… semplice stoltezza!» (Michele Campisi)