Salute

Caltanissetta, pronto soccorso S.Elia: lunghe attese notturne, il racconto di un utente

Lino Lacagnina - La Sicilia

Caltanissetta, pronto soccorso S.Elia: lunghe attese notturne, il racconto di un utente

Mar, 30/06/2020 - 09:39

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Caltanissetta, pronto soccorso S.Elia: lunghe attese notturne, il racconto di un utente

Cessate l’emergenza pandemia, come trascorrono le ore i parenti dei ricoverati nel Pronto soccorso del “Sant’Elia” di Caltanissetta in attesa di conoscere l’esito delle cure che i medici stanno praticando al loro congiunto? Male, molto male, con grande ansia, visto che tra la sala di attesa e i locali dove vengono prestate le cure viene eretto un “muro” invalicabile, ancora di più adesso per il rigido rispetto delle norme anti Covid 19.

E malgrado le autorità sanitarie provino a diffondere notizie rassicuranti sul fatto che tutto è sotto controllo, che l’efficienza del Pronto Soccorso è garantita, l’esperienza di chi incappa in un problema sanitario (per sé o per un parente) e assolutamente negativa. «L’altra sera – ci fa sapere un cittadino – mia madre ultranovantenne è stata portata al Pronto soccorso da un’ambulanza del “112”: era sofferente, accusava dolori molto forti a seguito di una caduta accidentale in casa, è stata internata su una sedia a rotelle. Noi parenti siamo rimasti ovviamente in attesa dalle 22 di domenica alle 2 di lunedì senza alcuna informazione. Non sapevamo se la caduta le avesse procurato una frattura, e la cosa più grave – ed è il senso di questa mia lagnanza che ha lo scopo di rendere più “umano” il servizio sanitario – è che nessuno, malgrado i nostri tentativi di conoscere come stesse nostra madre, ci siano state fornite informazioni. Soltanto dopo oltre 4 ore siamo venuti a conoscenza che dagli esami (del sangue e Rx) effettuati, non erano emerse patologie e che quindi da lì a poco la nostra congiunta sarebbe stata dimessa.

Nella mia condizione di preoccupata attesa erano anche altre sette-otto nuclei di parenti. Tutto ciò malgrado la serata/nottata stesse trascorrendo senza ricoveri di emergenza. Nel frattempo mi sono posto una domanda: ma ci vogliono oltre quattro ore per conoscere gli esiti di un esame del sangue e di una radiografia? E mi sono anche scervellato per trovare una soluzione per servisse a ridurre l’ansia di chi è in attesa, arrivando alla conclusione che basterebbe un aggiornamento cadenzato (ogni due ore?) per far conoscere ai parenti del ricoverato il percorso diagnostico intrapreso. È utopia pensare che la Sanità possa essere più “umana” e rispettosa sia di chi è stato ricoverato che di chi è in attesa e non riesce a sapere nulla per molte ore delle condizioni del ricoverato?».

Accolto il lungo sfogo, prediamo atto che occorrerebbe sicuramente apportare qualche correttivo al metodo di lavoro di chi sta in… trincea. Forse la soluzione è più facile di quanto non si possa pensare: potenziare il personale dei Pronto Soccorso. Con tutte le assunzioni che l’Asp ha programmato, si può migliorare il servizio?