Caltanissetta, cronotachigrafi “truccati”: chiesta condanna per due “titolari” d’azienda

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CALTANISSETTA – Due condanne al processo ai vertici di una società di autotrasporti internazionali che avrebbero costretto i loro autisti a usare calamite per truccare i cronotachigrafi dei Tir. Le ha chieste ieri la procura nei confronti degli ex responsabili della «Ciam», azienda che un tempo contava una cinquantina di dipendenti e che poi, travolta dall’inchiesta, adesso è in liquidazione. Rischiano 8 anni ciascuno e 6 mila euro di multa Angelo Calì,  presidente della stessa azienda internazionale di trasporti e il genero, Calogero Lombardo, componente del Consiglio di amministrazione (difesi dall’avvocato Rosario Di Proietto), tutti e due accusati di estorsione e lesioni gravissime. Queste le proposte di pena che ieri il pubblico ministero Massimo Trirò ha girato al tribunale presieduto da Francesco Giovanni  D’Arrigo (a latere i giudici Simone Petralia ed Emanuela Carrabbotta). Secondo la tesi accusatoria i “titolari” dell’azienda avrebbero costretto i loro autisti a truccare i cronotachigrafi dei Tir. E il sistema sarebbe stato molto semplice. Perché,  è la tesi accusatoria, con una comune calamita – da qui il nome in codice dell’operazione – posizionata a ridosso del cronotachigrafo, sarebbero riusciti ad eludere eventuali controlli costringendo, peraltro, i loro autisti a turni di guida massacranti. Taroccando lo strumento che misura velocità, distanza percorsa e ore di guida dell’autista. Questo, almeno, è quanto hanno ipotizzato a loro carico i magistrati e la polizia stradale che ha curato le indagini. La stessa accusa ha sostenuto ieri la presunta sussistenza di minacce rivolte ai dipendenti, che sarebbero stati costretti a sottostare perché temevano il licenziamento. Questo,per linee generali, il senso del teorema alla base delle due richieste di condanna. Fin qui l’accusa. Di contro la difesa, che con un’arringa di oltre una sessantina di minuti ha replicato al pm, ha proposto l’assoluzione dei suoi assistiti perché «il fatto non sussiste» o «non costituisce reato». L’avvocato Di Proietto ha sostenuto la tesi secondo cui «non v’è stata la benché minima minaccia rivolta ai camionisti perché usassero una calamita… era una loro libera scelta. Peraltro uno dei dipendenti, testimoniando in aula – ha evidenziato sempre il legale – ha sostenuto che il ricorso a quel sistema (il magnete ndr) andava a loro vantaggio perché così avevano la possibilità di arrivare prima a casa». Versioni decisamente contro che il tribunale dovrà valutare.

(Vincenzo Falci, Giornale di Sicilia)