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Il Vescovo, il Provveditore, la Costituzione Italiana e i protestanti

Redazione

Il Vescovo, il Provveditore, la Costituzione Italiana e i protestanti

Mar, 12/02/2019 - 10:38

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Il Vescovo, il Provveditore, la Costituzione Italiana e i protestanti

Nel numero di Gennaio del Fatto Nisseno è apparso un bell’articolo, a firma di Fiorella Falci, dal titolo “Il Vescovo il Provveditore e l’unità d’Italia”. Si racconta la storia di uno scontro avvenuto più di centocinquant’anni fa tra il Vescovo di allora, Mons. Giovanni Guttadauro e il Provveditore in carica, Giuseppe Vaccaro, ex frate cappuccino ma ancora legato ai voti del clero secolare. La controversia iniziò a causa delle azioni del Provveditore che, essendo d’idee piuttosto liberali, riteneva doveroso mettere il naso nel sistema educativo del seminario con Liceo annesso gestito dalla curia, ordinando una ispezione governativa. Tali ingerenze furono considerate inaccettabili dal Vescovo che – ci dice la Falci – “reiterava il rifiuto attivando una corrispondenza con tutti i possibili interlocutori istituzionali”. Tuttavia, in quella circostanza la burocrazia vinse. Il Provveditore ottenne la chiusura del Liceo del Seminario Vescovile e i poveri seminaristi furono costretti a ricevere la loro istruzione in clandestinità. La storia narrata ha un lieto fine, però. Il Provveditore scomodo “finalmente”, nel 1867 fu sostituito, “il nuovo e più equilibrato Provveditore, Pietro Noto” fece in modo che il Seminario e il suo Liceo riaprissero e il povero Vaccaro, colpito dall’epidemia di colera, in punto di morte, riuscì a trovare le forze per scrivere una lettera al Vescovo in cui ritrattava tutti i propri errori e, pentendosi, chiedeva il perdono divino e della Chiesa che, puntualmente arrivò con gli annessi sacramenti amministrati, in articulo mortis. Se non fosse per il triste e prematuro decesso del Provveditore, si sarebbe potuto concludere benissimo con il canonico: “e tutti vissero felici e contenti”, ma qui proprio non ci sta!

Da nisseno naturalizzato (vivo qui ormai da 25 anni), incuriosito, ho voluto documentarmi un po’ più a fondo sui protagonisti di questa storia, anche per cercare di capire meglio i collegamenti e le ragioni della sua riesumazione. Infatti, sono persuaso che questa vicenda sarebbe rimasta sepolta tra i documenti polverosi dell’epoca e sconosciuta ai più, se nella nostra città non si stesse riproponendo un confronto muscolare tra il nuovo Provveditore (che, però, ora si chiama “Dirigente dell’ambito territoriale”) e il Vescovo nisseno in carica.

La vicenda attuale inizia lo scorso ottobre, quando il Dirigente riceve da parte di alcune famiglie nissene un esposto che porta alla sua attenzione un fitto programma di visite pastorali concertate tra il Vescovo e gli organi di molti istituti scolastici pubblici della provincia. Fin qui nulla di male, tranne il fatto, piuttosto controverso, che le “visite” erano state programmate nel corso dell’orario scolastico, fatto che accende una certa dialettica e polarizza le parti. La vicenda si complica ulteriormente perché il Dirigente partecipa come relatore a un convegno su “Scuola e laicità” organizzato da una chiesa evangelica cittadina e ospitato dal Liceo Classico di Caltanissetta e prosegue perché, a seguito dei fatti, lo stesso, invia una nota a tutti i Dirigenti Scolastici dell’Ambito in cui ricorda le leggi e le circolari che disciplinano la materia delle celebrazioni religiose nella scuola pubblica.

I richiami del Dirigente dell’Ambito territoriale, ignorati da molti, sono stati coscienziosamente accolti da alcuni Dirigenti scolastici e il risultato è stato che le consuete attività religiose, “da sempre” svolte in orario scolastico, in prossimità dello scorso Natale, almeno in alcune scuole, non si sono tenute. Tutto ciò, in un paesino della provincia nissena, ha suscitato una corale sollevazione di popolo, consumatasi con la sponsorizzazione ufficiale da parte dello stesso Vescovo e della persona del sindaco, anche lui sceso in piazza per cantare la Novena al di fuori del cancello della scuola e, soprattutto, con una fiumana di violenze verbali riversate nei canali dei social network e perfino con l’assolo di un “Tu scendi dalle stelle” offerto gratuitamente su Twitter da un deputato leghista.

Fin qui i fatti. Ma quali sono i collegamenti e i distinguo di un tale sorprendente ricorso storico? Massimo Naro, ricordando il clima dell’epoca postrisorgimentale del pastorato di Mons. Guttadauro, scrive giustamente che: «Caltanissetta era, difatti, in quegli anni, una roccaforte dell’intransigentismo, ossia di una concezione della Chiesa intesa come societas perfecta, assolutamente autosufficiente, reputata quale indispensabile modello per ogni altro tipo di società. Questa Chiesa “società esemplare” mal sopportava l’ingerenza dei poteri non ecclesiastici e le pressioni dei nuovi dinamismi politici e dei nuovi saperi scientifici, sviluppatisi assieme alla modernità. Essa non poteva accettare di essere esautorata da autorità laiche e di venire relegata da parte, come componente secondaria e minoritaria di una ormai più complessa compagine sociale» . Queste parole ci offrono una importante chiave di lettura dello scontro tra il Vescovo e il Provveditore e si trovano in un saggio dedicato al disappunto e la sofferenza dell’illustre primo direttore dell’Istituto minerario nisseno, l’ingegnere piemontese teologo e geologo cattolico ma di inclinazione liberale, Sebastiano Mottura, che espresse in modo chiaro e netto la sua disapprovazione nei confronti di quanto stava accadendo nel concilio Vaticano I che discuteva del dogma dell’infallibilità papale. Naro racconta anche della strana convergenza su questo punto di Mons. Guttadauro che, a proposito del dogma, fu uno degli 88 ad esprimere il proprio non placet in votazioni preliminari, salvo poi assentarsi deliberatamente dalla votazione finale e, a giochi conclusi, premurarsi di scrivere una lettera di sottomissione a Papa Pio IX motivando la sua precedente opzione anti-infallibilista su basi pragmatiche volte a impedire lacerazioni sociali ed ecclesiali .

Non intendo esprimere un giudizio temerario sul carattere di Mons. Guttadauro, ma devo dire che l’idea che mi sono fatto, anche leggendo di altre sue prese di posizione da “Bastian contrario”, non mi fanno giungere alle medesime conclusioni della dott.ssa Falci circa il suo sincero interesse d’impegno civile e spirituale. Diversamente ho grande simpatia per il Provveditore Vaccaro che, a parte l’attaccamento encomiabile al proprio dovere di “servitore dello Stato”, fu un prete che, per un po’ di tempo, si illuse che la forza di una legge moderna potesse riuscire a limitare il potere debordante di una Chiesa che si rifiutava di consegnare al proprietario legittimo la chiave del potere temporale.

Tuttavia, in questa vicenda, dobbiamo aggiungere un altro particolare non trascurabile perché, seppure la storia abbia molte cose da insegnarci, per grazia di Dio viviamo in tempi molto distanti dall’indomani dell’unità d’Italia e ci sarebbe da sperare che, nei nostri paesi della Sicilia centrale, i concetti fondamentali della Costituzione Italiana come quello della pari dignità e uguaglianza di tutti i cittadini, della libertà di espressione e del diritto di ciascuno di partecipare alla vita del Paese (contenuti nell’art. 3), si siano fatti un po’ di strada nella mentalità della gente. Dovremmo aver percorso molta strada non solo rispetto alle “concessioni dello Statuto Albertino”, ma aver anche ripudiato le leggi razziali fasciste non solo sulla carta e a parole, ma anche col cuore. Dopo tutta la montagna di leggi, sentenze, circolari ministeriali e pareri dell’Avvocatura Generale dello Stato è davvero ancora il caso di polemizzare circa al modo in cui la scuola, che è la casa di tutti, deve porsi rispetto alle religioni e alle sensibilità di tutti i suoi operatori? Non basterebbe riconoscere che avere una lunga tradizione alle spalle non significa necessariamente essere gli unici e infallibili depositari dell’insegnamento originario di Cristo e dei suoi apostoli? Che la vera democrazia e, prima ancora, un umanesimo cristiano, dovrebbero insegnare che essere in maggior numero non garantisce il diritto di non prestare ascolto e di non rispondere alle minoranze pacifiche, che si limitano a opporre argomenti e parole e che, spesso, non possono andare oltre la “resistenza passiva”? Siamo forse in presenza di un nuovo rigurgito di clericalismo? Dobbiamo aspettarci una nuova mobilitazione controriformista che costringa almeno al silenzio chi osa opporsi alle consuetudini, perfino se ha la legge dalla propria parte?

Contro questa theologia gloriae della chiesa cattolica medievale che nel XVI secolo aveva prodotto una chiesa ricca, potente, dominante sui corpi e sulle anime degli uomini, estremamente fiduciosa nelle proprie risorse come la lunga tradizione e una “sapienza umana”, Martin Lutero oppose la theologia crucis ovvero la conoscenza di Cristo nella sua umiliazione, nella debolezza della natura umana e nella sofferenza della morte della croce. Considerando che il prossimo grande evento della città sarà costituito proprio dalle celebrazioni della “settimana santa”, ci sarebbe molto da riflettere su quale delle due teologie è operante ed è espressa nelle azioni di una chiesa che si mostra nella pompa magna dei suoi sfarzosi paramenti e che cerca visibilità e dominio o in una che può perfino rimanere ignorata, ma che intende servire con discrezione, nei fatti e in umiltà.

Lasciatemi concludere accennando a un’altra storia di quegli anni che continua ad essere attuale. In pochissimi lo sanno, ma fu nel 1873 che a Caltanissetta mise piede il primo Protestante. Fu l’ingegnere Liborio Coppola, un Valdese originario di Catania che si trasferì nella nostra città per seguire la costruzione della ferrovia Catania-Palermo di cui era uno dei progettisti. In seguito alla sua permanenza si formerà un piccolo gruppo di una ventina di evangelici che, dopo la sua partenza, saranno curati dai pastori Giosuè Tron e Stefano Revel. Anche contro quei pacifici protestanti, il clima imperioso della chiesa nissena si fece sentire e, nonostante la protezione offerta dalle autorità locali, quei pochi credenti subirono molti soprusi, angherie e persecuzioni da parte della popolazione, istigata e anatemizzata dalle autorità ecclesiastiche . Ma la chiesa Valdese sopravvisse e, oggi, la fiaccola di quel medesimo Evangelo che fu predicato per le prime volte in casa dell’ing. Coppola, in seguito nel “bugigattolo” di una bottega da libraio e, poi, in un piccolo locale di Corso Principe Umberto, è stata raccolta da altre comunità evangeliche sorte negli anni e, da ultimo dalla chiesa Battista Riformata e dalla casa editrice Alfa & Omega che sono ormai presenti da più di venti anni in città e che operano per il suo ulteriore affrancamento spirituale e culturale.

Con tutto rispetto, oltre che con un ringraziamento sentito all’omologo contemporaneo del Provveditore Vaccaro, che sta semplicemente cercando di far osservare la legge e che, in questa vicenda, non credo abbia nulla di cui doversi pentire, vorrei concludere con un modesto suggerimento, rivolto alle menti più sveglie e vivaci che costituiscono la vera forza propulsiva della città: piuttosto che guardare nostalgicamente indietro, si aspiri a un futuro di cambiamento e di riforma in cui il valore assoluto non sia determinato da una lettura particolaristica delle Scritture o dall’attaccamento supino a una particolare tradizione o confessione religiosa, ma dalla ricerca sincera della Verità. Non dalla forza dei numeri di una massa, generalmente distratta che risponde pavlovianamente solo al suono di certe campanelle, ma dal peso e dalla qualità degli argomenti espressi in un confronto leale e rispettoso. Non da una moltitudine di gente urlante, ma dalla mansuetudine di persone laboriose, sante, oneste, umili e amorevoli. Questo sì che porterebbe a un vero progresso civile, morale e spirituale della nostra città.

Nazzareno Ulfo