Caltanissetta, strage via D’Amelio: centri di potere e agenda rossa, dai giudici nuove piste

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Da un lato il procuratore generale di Caltanissetta, Lia Sava, oggi si dice certo che la sentenza e’ “un punto di partenza per quelle che saranno le doverose e ulteriori attivita’ investigative che la procura di Caltanissetta sicuramente continuera’ a fare”. Dall’altro la procura nissena ha chiesto il rinvio a giudizio dei tre poliziotti che facevano parte del ‘pool stragi’ diretto da Arnaldo La Barbera. Ma gia’ tra le 1.856 pagine delle motivazione del ‘Borsellino quater’, i giudici della Corte d’assise indicano precise piste investigative alla luce di quelle che vengono indicate come “collusioni tra Cosa nostra e centri di potere esterni”, sottolineando “la particolare pervicacia e continuita’ dell’attivita’ di determinazione” del falso pentito Vincenzo Scarantino “a rendere false dichiarazioni accusatorie, con la elaborazione di una trama complessa che riusci’ a trarre in inganno anche i giudici dei primi due processi sulla strage di Via D’Amelio, cosi’ producendo drammatiche conseguenze sulla liberta’ e sulla vita delle persone incolpate”. Tanto da realizzare “uno dei piu’ gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana” che impone di “interrogarsi sulle finalita’ realmente perseguite dai soggetti, inseriti negli apparati dello Stato, che si resero protagonisti di tale disegno criminoso”. La Corte d’assise ha quindi disposto, si legge nel testo, la trasmissione al Pubblico ministero, dei verbali di tutte le udienze dibattimentali, “le quali possono contenere elementi rilevanti per la difficile, ma fondamentale opera di ricerca della verita’ nella quale la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Caltanissetta e’ impegnata”.
Cosi’, riguardo a queste piste si fa specifico riferimento “alla copertura della presenza di fonti rimaste occulte, che viene evidenziata dalla trasmissione ai finti collaboratori di giustizia di informazioni estranee al loro patrimonio conoscitivo ed in seguito rivelatesi oggettivamente rispondenti alla realta'”; ai “collegamenti con la sottrazione dell’agenda rossa che Paolo Borsellino aveva con se’ al momento dell’attentato e che conteneva una serie di appunti di fondamentale rilevanza per la ricostruzione dell’attivita’ da lui svolta nell’ultimo periodo della sua vita, dedicato a una serie di indagini di estrema delicatezza e alla ricerca della verita’ sulla strage di Capaci”; e infine, “alla eventuale finalita’ di occultamento della responsabilita’ di altri soggetti per la strage, nel quadro di una convergenza di interessi tra Cosa nostra e altri centri di potere che percepivano come un pericolo l’opera del magistrato”.

I giudici della corte d’assise di Caltanissetta mettono in risalto che un collegamento tra il depistaggio e l’occultamento dell’agenda rossa di Paolo Borsellino “e’ sicuramente desumibile dalla identita’ di taluno dei protagonisti di entrambe le vicende: si e’ gia’ sottolineato il ruolo fondamentale assunto, nella costruzione delle false collaborazioni con la giustizia, dal dottor Arnaldo La Barbera, il quale e’ stato altresi’ intensamente coinvolto nella sparizione dell’agenda rossa, come e’ evidenziato dalla sua reazione – connotata da una inaudita aggressivita’ – nei confronti di Lucia Borsellino, impegnata in una coraggiosa opera di ricerca della verita’ sulla morte del padre”. L’indagine sulle reali finalita’ del depistaggio “non puo’, poi, prescindere dalla considerazione sia delle dichiarazioni di Antonino Giuffre'” (il quale ha riferito che, prima di passare all’attuazione della strategia stragista, erano stati effettuati “sondaggi” con “persone importanti” appartenenti al mondo economico e politico, interessati a convivere e a “fare affari” con Cosa nostra, e riconducendo a tale contesto l’isolamento – anche nell’ambito giudiziario – che porto’ all’uccisione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino), sia delle circostanze confidate da Paolo Borsellino alle persone e lui piu’ vicine nel periodo che precedette la strage di Via D’Amelio. Un particolare rilievo assumono, in questo contesto, la convinzione, espressa da Paolo Borsellino alla moglie Agnese Piraino proprio il giorno prima della strage di Via D’Amelio, “che non sarebbe stata la mafia ad ucciderlo, ma sarebbero stati i suoi colleghi ed altri a permettere che cio’ potesse accadere”, e la drammatica percezione, da parte del Magistrato, dell’esistenza di un “colloquio tra la mafia e parti infedeli dello stato”.
Del resto gia’ secondo “gli approfonditi rilievi” formulati nella sentenza del 9 dicembre 1999 dalla Corte di Assise di Caltanissetta, “risulta quanto meno provato che la morte di Paolo Borsellino non era stata voluta solo per finalita’ di vendetta e di cautela preventiva, bensi’ anche per esercitare – cumulando i suoi effetti con quelli degli altri delitti eccellenti – una forte pressione sulla compagine governativa che aveva attuato una linea politica di contrasto alla mafia piu’ intensa che in passato ed indurre coloro che si fossero mostrati disponibili tra i possibili referenti a farsi avanti per trattare un mutamento di quella linea politica”. E proprio per agevolare la creazione di nuovi contatti politici occorreva eliminare chi come Borsellino avrebbe scoraggiato qualsiasi tentativo di approccio con Cosa nostra e di arretramento nell’attivita’ di contrasto alla mafia, levandosi a denunciare anche pubblicamente, dall’alto del suo prestigio professionale e della nobilta’ del suo impegno civico, ogni cedimento dello Stato o di sue componenti politiche”.