CALTANISSETTA – I luoghi della nostra esistenza offrono ormai soltanto visioni disordinate, confuse: parti limitate di residuo paesaggio nascoste in mezzo a una periferia sfilacciata. E’ andata così e più o meno ne conosciamo i motivi. Ci vorrà molto tempo per ridare a questi luoghi una forma che ci piace. Una forma che abbia un senso. Occorrerà un lavoro di sottrazione. Invece si continua ad aggiungere. Inesorabilmente. Il disordine che realizziamo fuori è frutto di una società scontenta, astiosa. Andando in giro, poco alla volta, si capisce che non è solo questione di aver sbagliato il disegno: ad essere brutte non sono soltanto le case, le strade, le piazze. E’ il nostro stare insieme che non funziona più. La società è basata su un diluvio di bugie. Si parla tanto di “comunità”, ma a malapena riusciamo a contenerci in noi stessi. E poi tendiamo a posare su tutto i grigi teloni dell’abitudine. La mia speranza, malgrado tutto, è un’altra città fatta di persone che ricominciano a scambiarsi abbracci veri e parole intense, a spezzare il pane comune dello scrupolo e dell’utopia. E sia chiaro: il problema della nostra città non è la sua morte, la sua scomparsa: è la vita che l’abbiamo costretta a condurre adesso, senza fede e senza speranza. Una vita guidata dalle persone più spente, più opache. Questa città, che noi ancora chiamiamo Caltanissetta, cambierà se saprà amare e valorizzare i bizzarri, gli inventori, gli estrosi, i poeti, gli affamati d’amore e di bellezza. L’impresa è ardua, perché i bizzarri, gli inventori, gli estrosi, i poeti, gli affamati d’amore e di bellezza raramente compaiono sulla scena. Essi sono attori non protagonisti e questo è un mondo che sa guardare solo a chi è in scena, a chi è bravo a fingere la sua vita e anche quella degli altri. O, quantomeno, così è stato, per troppi anni, sino a oggi.
Leandro Janni

