Cinquant’anni fa Franca Viola rifiutava il “matrimonio riparatore”. La ragazza siciliana archetipo della libertà

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imageCALTANISSETTA – Erano gli ultimi giorni dell’anno, cinquant’anni fa, 26 dicembre 1965: ad Alcamo, Sicilia profonda, una ragazza di 17 anni è sequestrata e violentata, per otto giorni, in un casolare di campagna, da un piccolo aspirante boss di paese che lei aveva già respinto.
Con il rapimento, la “fuitìna” come si diceva allora, si metteva la famiglia di fronte al fatto compiuto, e il matrimonio diventava inevitabile, codice penale alla mano: l’art. 544 prevedeva infatti il matrimonio “riparatore”, che estingueva il reato di violenza carnale anche nel caso del sequestro di una minorenne.
imageLa violenza sessuale non era considerata a quel tempo un reato contro la persona, ma contro la morale, e la morale che veniva offesa “disonorando” una ragazza vergine con un rapporto sessuale prima del matrimonio, veniva “riparata” con il matrimonio.
Tante volte era successo, da sempre, e a volte era anche un modo per affrettare un fidanzamento contrastato, e fare un matrimonio sottotono, risparmiando sulle spese.
Ma quella volta no: Franca Viola, la ragazza di Alcamo, figlia di un agricoltore, riesce a tornare a casa e rifiuta la “riparazione”. E i suoi genitori la sostengono, fanno arrestare il rapitore, sfidando le minacce e le intimidazioni: la vigna distrutta al padre e il casolare di campagna bruciato, i messaggi di morte rimandati al mittente.
Filippo Melodia, il rapitore che l’aveva sequestrata facendo irruzione in casa sua con un commando di dodici amici e picchiando la madre che aveva tentato di difenderla, veniva condannato a dieci anni di carcere e due di soggiorno obbligato da scontare a Modena. La sua escalation nel sottobosco delle bande criminali veniva fermata con un colpo di lupara che l’avrebbe ucciso dopo due anni dalla sua scarcerazione, nel 1978.
Franca Viola, al centro di un clamore mediatico senza precedenti, per il coraggio che aveva dimostrato rifiutando il matrimonio, sapeva di condannarsi così ad un destino di “disonorata”, una donna impresentabile in società, la morte civile nella Sicilia di quegli anni.
« Non fu un gesto coraggioso. Ho fatto solo quello che mi sentivo di fare, come farebbe oggi una qualsiasi ragazza: ho ascoltato il mio cuore, il resto è venuto da sé. Oggi consiglio ai giovani di seguire i loro sentimenti; non è difficile. Io l’ho fatto in una Sicilia molto diversa; loro possono farlo guardando semplicemente nei loro cuori » avrebbe dichiarato in un’intervista solo molti anni dopo, nel 2006.

imageDopo il processo aveva scelto di sottrarsi all’interesse dei mass media, rifiutando le interviste e le dichiarazioni che le proponevano i giornali di tutto il mondo, continuando a vivere nel suo paese di provincia come se non fosse successo niente, fieramente orgogliosa della dignità che aveva voluto difendere, del suo aver voluto essere “persona” e non oggetto, o merce di scambio.
Come tutti i gesti profetici la sua fermezza nel difendere la dignità dell’amore non aveva cambiato l’orizzonte simbolico soltanto delle donne, ma anche degli uomini. Un ragazzo che conosceva da sempre, Giuseppe Ruisi, un ragioniere, tre anni dopo l’avrebbe convinta a sposarlo, vincendo le sue resistenze e la paura delle vendette mafiose che lei non voleva potessero colpirlo. “Meglio vivere dieci anni con te che tutta la vita con un’altra” le aveva risposto il suo ragioniere, incurante dei pregiudizi che avrebbero colpito anche lui, nella mentalità comune di quegli anni. Dal loro matrimonio sono nati due figli, hanno vissuto a Monreale e ad Alcamo, senza cambiare paese, fermamente determinati a vivere una vita “normale”, testimoniando l’esempio di una liberazione culturale autentica dalla morale predatoria di una società che faceva ancora della sopraffazione e della violenza una premessa reale delle relazioni sociali.
Il Presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, mandò agli sposi un regalo di nozze in segno di solidarietà e Papa Paolo VI volle riceverli in udienza privata. Dopo di che i riflettori del circo mediatico si sono allontanati dalla loro vita, anche se gli effetti a catena della scelta di Franca hanno innescato un vero e proprio sciame sismico nel costume e nella morale sociale in tema di matrimonio e di violenza sessuale.
Nell’Italia degli anni ’60 l’adulterio della moglie era reato ma non quello del marito, e nel codice penale troneggiava ancora l’art. 587, che puniva il “delitto d’onore”, l’omicidio commesso contro il “coniuge, la figlia o la sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella.”

Il corpo delle donne era dunque considerato ostaggio dell’onorabilità della famiglia, proprietà da riscattare col sangue, anche a prezzo della vita delle donne stesse, per riconquistare il rispetto sociale agli occhi del mondo. Il femminicidio dei nostri giorni ha queste radici antiche e profonde, affondate nell’ordine simbolico patriarcale che ancora resiste nel volere imporre gerarchie di sopraffazione nel sistema delle relazioni umane.

Soltanto nel 1981 la legge n.442 avrebbe cancellato dal codice penale italiano il delitto d’onore e il matrimonio riparatore, e nel 1996 la violenza sessuale finalmente sarebbe diventata per legge un reato contro la persona e non più contro la morale.
Franca Viola, cinquant’anni fa, in un piccolo paese della Sicilia profonda, a diciassette anni, aveva cominciato da sola questa rivoluzione, facendo la sua parte, per affermare la dignità della sua libertà di scelta. Senza piegarsi alla forza di “quello che può dire la gente”, nel momento in cui doveva decidere della sua vita. Senza spettacolarizzare, ma senza cedere di un passo.
Il suo esempio può parlare ancora, alle donne e agli uomini dei nostri giorni, quando si pensa che sia impossibile essere liberi, ed essere rispettati anche se si è deboli. La sua rivolta morale è ancora un archetipo, nella semplicità della sua determinazione, nella coerenza della sua umiltà.

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