Con una speranza di vita alla nascita di 83,4 anni, oggi l’Italia e’ tra i paesi piu’ longevi in assoluto. Mentre nel 1872 era tra quelli con la speranza di vita piu’ bassa in Europa – appena 29,8 anni – e Francia, Regno Unito, Danimarca, Paesi Bassi, Svezia e Norvegia presentavano gia’ valori compresi tra 40 e 50 anni. E’ quanto emerge dal report dell’Istat ‘La salute: una conquista da difendere’, diffuso oggi. Tra il 1990 e il 2024, si legge nel Rapporto, la speranza di vita alla nascita e’ cresciuta di circa 8 anni per gli uomini e di 6,5 per le donne, arrivando a 81,5 e 85,6 anni rispettivamente. Allo stesso tempo, pero’ negli ultimi decenni, insieme ai guadagni di longevita’, e’ aumentata la diffusione di patologie cronico-degenerative, tipiche dell’eta’ anziana, anche se non sempre come prevalenze sulla popolazione
Secondo il Report dell’Istat il nostro Paese e’ diventato tra i piu’ longevi grazie alla diminuzione della mortalita’ entro il primo anno di vita, che nel 1863 in Italia era pari a circa 230 per mille nati vivi (analoga alla Spagna e all’Austria) quando in Francia, Regno Unito e Svezia gia’ nel 1860 era scesa intorno al 150 per mille e in Norvegia sotto il 100. I progressi nella riduzione della mortalita’ infantile e nell’aumento della speranza di vita sono il risultato di un processo lungo, al quale hanno contribuito il miglioramento dell’alimentazione e dell’igiene, i progressi della medicina, la diffusione dei vaccini.
Dopo il 1978, con l’istituzione di un sistema sanitario universalistico nell’accesso alle cure, questi progressi si sono via via consolidati. Col miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie la mortalita’ per malattie infettive ha rapidamente iniziato a ridursi. Fa eccezione il 1918-19, quando – alla fine della Prima guerra mondiale – l’influenza spagnola triplica la mortalita’ per malattie infettive e raddoppia quella per malattie respiratorie. In seguito, l’introduzione dei sulfamidici nel 1935 e nel secondo dopoguerra degli antibiotici contribuisce alla rapida diminuzione dei decessi per queste cause, che dagli anni Novanta rappresentano circa l’1% della mortalita’ totale.
Nel 2020 la pandemia da Covid-19 ha fatto risalire la mortalita’ per malattie infettive al 12,4% dei decessi, scesa poi al 5,0% nel 2023. La mortalita’ per le malattie respiratorie e dell’apparato digerente si e’ anch’essa ridotta in maniera formidabile dalla fine dell’800 a oggi: da 5-600 a 60-70 decessi ogni 100mila abitanti le prime, e da circa 400 a 40 le seconde. La diminuzione dei decessi per queste cause ha contribuito a far scendere la mortalita’ generale fino a circa mille decessi ogni 100mila abitanti all’inizio degli anni Cinquanta, un livello rimasto sostanzialmente stabile fino a oggi, nonostante l’invecchiamento della popolazione.
Tra il 1990 e il 2023 la mortalita’, standardizzata per eta’, diminuisce del 43% tra gli uomini e di quasi il 40% tra le donne. Tuttavia, la riduzione e’ piu’ marcata nelle regioni del Centro-Nord, dove in alcune regioni supera il 50%, mentre in quasi tutto il Mezzogiorno e’ intorno al 35%. Come risultato, nel 2023 le geografie maschile e femminile sono oggi sovrapponibili: entrambe mostrano livelli piu’ elevati nel Mezzogiorno, con Campania e Sicilia nettamente distanziate dal resto del Paese, indicando come la sopravvivenza in Italia sia oggi fortemente condizionata dal territorio di residenza. Accanto e ancora piu’ profondamente delle differenze territoriali, sulla mortalita’ incidono le disuguaglianze sociali: tra gli adulti di almeno 30 anni, quelli con bassa istruzione hanno una mortalita’ di circa il 40% piu’ elevata rispetto a quelli con istruzione elevata.

