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James D Watson (1928-2025): una vita per le scienze della vita tra scoperte e controversie

Redazione

James D Watson (1928-2025): una vita per le scienze della vita tra scoperte e controversie

Mar, 11/11/2025 - 08:34

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Pochi giorni addietro (il 6 novembre) e’ venuta meno la figura forse piu’ emblematica nel campo delle scienze della vita: James D Watson (per tutti “JD”). Noto al grande pubblico per la sua scoperta della struttura del DNA assieme al collega e non meno prolifico fondatore del campo della genetica moderna: Francis Crick, James D Watson, ha attraversato indubbiamente il piu’ grande numero di epoche rispetto a molti dei suoi colleghi destinatari di premio Nobel, oltre ad avere partecipato attivamente e condizionato eventi che hanno cambiato il mondo così come lo conosciamo. Tra questi quelli di avere promosso a fine anni ‘80 (assieme, tra gli altri al nostro Renato Dulbecco) e guidato per conto dei National Institutes of Health in USA il sequenziamento dell’intero genoma umano divenendo nel 2007 anche il primo essere umano a farsi sequenziare il genoma per intero (per un po’ meno di 1M di dollari) per poi fornire la sequenza gratuitamente pubblicandola e opponendosi apertamente a chi, nell’appena nato settore della genomica, era favorevole (o perfino aggressivo tramite lobbismo finanziario) nel brevettare i singoli geni limitando l’accesso e la fruizione alle terapie a target molecolare (ovvero quelle terapie che hanno un gene o il suo prodotto come bersagli farmacologici) che costituiscono il presente ma ancor piu’ il futuro delle cure biologiche.

Sui dettagli della sua vita si parla da decenni e si scriverà ampiamente in questi giorni ma tra la scoperta della struttura complessa, a doppia elica con componenti chimici multipli assemblati per assolvere la funzione di contenitore e veicolo dei geni di ogni essere vivente composto da cellule, e’ certamente quello che piu’ ha trasformato e accelerato il nostro sapere su cosa siano i geni a livello molecolare e come la loro trasmissione tra generazioni successive descritta da Mendel cento anni prima della scoperta della struttura del DNA, possa occorrere. Per la conferma cristallografica delle ipotesi di lavoro di Watson e Crick, anche Wilkins fu designato un Nobel per i suoi calcoli sperimentali a supporto del modello a doppia elica. Wilkins, fu anche supervisore formale della capo-ricercatrice Rosalind Frankin (venuta a mancare subito dopo la scoperta a causa di un tumore probabilmente accelerato da quelle stesse radiazioni usate per confermare e rafforzare l’ipotesi di JD Watson e F Crick a cui lei ha partecipato pubblicando un secondo articolo di supporto al modello conformazionale “a doppia elica” di Watson e Crick nel medesimo numero di Nature nel 1953.

Non meno note sono le controversie che, in vita, lo hanno interessato alla luce di esternazioni del suo pensiero riguardo a presunto effetto della etnia sul quoziente intellettivo (reiterate in età avanzata in cui il declino cognitivo e interpretativo poteva essere co-responsabile) che hanno determinato pesanti ostracismi fino al disconoscimento del valore del suo lavoro da una parte della comunità scientifica. Forse meno comprovabile la accusa di sessismo sulla base di suo presunto mancato riconoscimento dei meriti della cristallografa Rosalind Frankin che poco o nulla hanno a che vedere con i meriti scientifici di JD Watson, il quale, secondo molte fonti dirette, ha valorizzato sue colleghe a pari di altri colleghi in qualità di supervisore (e capo di prestigi centri quale dalla fine degli anni ’50 ad Harvard e a partire dal 1968 al prestigioso “Cold Spring Harbor”.

Ciononostante, i risultati della sua lunga attività scientifica e successiva leadership su meccanismi fondamentali della biologia attorno a cui l’intero campo della genetica e genomica moderna si e’ sviluppata e continua a progredire in modo esponenziale rimangono epocali. Anche quando l’età lo ha segnato e’ sempre stato al centro di scelte che hanno condizionato quel delicato confine tra scienza e società quali i dibattiti sull’utilizzo di vettori virali per la trasmissione ed espressione di prodotti con potenziale patogenico ritenuti pericolosi agli albori della biologia molecolare.

E’ proprio questo contributo, per nulla scontato a chi si accosta alle scienze della vita, che preferiamo ricordare. Quello della sua curiosità innata e la sua spasmodica ricerca di verità scientifica basata su evidenze sperimentali. Ovvero ciò che e’ alla base del metodo scientifico, tanto vituperato, calpestato e annacquato nella società in cui viviamo. Quella monopolizzata dall’uso (parimenti proprio ed improprio) dei social media e dell’”intelligenza” artificiale, in cui cercare ed estrapolare fatti ed opinioni per rimescolare e infangare verità scientifiche consolidate per demolire la credibilità e la fiducia nella scienza e’ pratica comune se non un hobby ormai diffuso.

Il lascito forse piu’ grande di James D Watson, e’ quello di aver incarnato per tutti coloro si sono avvicinati alle scienze biologiche e biomediche sperimentali, lo spirito della scoperta e l’abnegazione nel perseguirla valorizzando l’intuito, il genio e la lungimiranza nell’acquisizione di nuove conoscenze che stanno al centro del paradigma della vita o di sue specifiche esternazioni (quali le malattie umane complesse). Quello di saper porsi le giuste domande seguendo il lavoro (sia in pregio che in difetto) di chi ci ha preceduto mettendo a fuoco quesiti su cui la scienza non ha ancora dato risposte senza girarci attorno ma, per così dire, “appigliandosi alla bestia [il problema scientifico] afferrandolo per le corna e sfidandolo con sguardo fisso” noncuranti dei rischi tipici dell’accademia tradizionale quali le dinamiche umane (o forse meglio definibili quali “amene”), la paura del fallimento e di sue conseguenze, il timore di essere sopraffatti da chi ha già maggiori risorse e infrastrutture, e non ultima quella del tempo incombente rispetto alle carriere e i percorsi personali, in cui il pragmatismo guida scelte e modalità di contribuzione scientifica se on l’abbandono forzato del settore.

Riportare lo spirito di JD Watson e quella passione per le scienze della vita nei giovani e’ un obbiettivo tanto meritorio quanto dovuto per tutti coloro che continuano a lavorare nei laboratori di ricerca o anelano a farlo. Grazie “JD” e RIP.

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