Piani individuali pensionistici (PIP), il ritardo del Sud

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PALERMO – Sono tra gli strumenti più interessanti del momento, e nell’ambito della previdenza integrativa emergono tra le principali fonti di opportunità anche nel 2019. Stiamo parlando dei PIP, Piani individuali pensionistici, una sorta di “must” per tutti coloro che vogliano approcciare al mondo del risparmio in maniera creativa (ovvero, non tenendo i soldi sotto il materasso). Piacciono agli italiani perché sono semplici da capire, benché la figura del consulente sia poi fondamentale per maneggiarne i meccanismi, possono garantire dei piccoli rendimenti e, soprattutto, portano con sél’odore dei vantaggi fiscali, sempre amatissimi nel nostro paese. Piacciono, dicevamo, ma più al nord che al sud. Un dato su cui occorrerebbe riflettere.

Poiché lo Stato ha cessato di svolgere il ruolo che il ‘900 gli aveva assegnato, quello di erogatore di prestazioni sociali per tutti i cittadini, è subentrato il mercato a fornire gli elementi che servivano per completare il puzzle. Sulle pensioni, da questo punto di vista, si sono fatti molti passi avanti. Oggi l’offerta è molto ricca e interessante. Abbiamo detto dei PIP, ma non mancano altre soluzioni, alla portata di quasi tutte le tasche. PAC, PIR, Fondi, insomma, ci si può sbizzarrire a piacimento, sempre con un occhio al portafoglio.

Naturalmente, a differenza di altri strumenti, i Piani Individuali Pensionistici sono strumenti di accumulo capitalepensati appositamente per il lavoratore che aspira a mettere da parte qualche soldo in più una volta giunto all’età della pensione. Pensiamo ai PIP come a dei grossi salvadanai nei quali versare una percentuale dello stipendio. Il capitale verrà investito, garantendo un certo ritorno (non altissimo, in alcuni casi negativo) riscattabile al momento dell’uscita dal mondo del lavoro, in varie forme. Tutto chiaro, no? In effetti, non c’è alcuna difficoltà nel comprendere come funzioni un PIP. Poi c’è il mondo della finanza, assai più articolato, e proprio per questo motivo è sempre meglio rivolgersi ad un buon consulente.

Il tema delle pensioni è caldo lungo tutta la Penisola. Ovunque disagi e malessere sociale legato alle non perfette condizioni del sistema previdenziale italiano premono per ottenere risposte esaustive. Al Nord, i meccanismi integrativi vanno abbastanza bene. Nel 2017, secondo una indagine del Covip (Commissione di Vigilanza sui Fondi pensione), il 56,8% degli italiani che hanno aderito ad uno degli strumentipensionistici integrativi risiede nel Settentrione. Pesante il gap con il Sud, dove risiede solo il 23,2% degli aderenti. Quali sono i motivi di tale dislivello? A questo interrogativo andrebbe data una risposta all’altezza della sfida. Scarsa offerta sul mercato del meridione? Strutturale arretratezza e ritardo nel seguire i mutamenti di rotta? Mancanza di fiducia nei sistemi alternativi? Molte le possibili chiavi per leggere questa situazione. Sarebbe davvero un peccato costringere di nuovo il Sud ad arrancare rispetto ad un’Italia che prova ad uscire dalla periferia del mercato. Un handicap che già abbiamo sperimentato su molti fronti, e che non è possibile tollerare ancora.