Si chiama Lidia Vitrano ed è una giovane cantautrice nissena che ha dedicato una canzone al tema dei disturbi alimentari. Non guardarsi con gli occhi degli altri ma accettarsi con i propri. Il brano si intitola “Stanza Viola” sarà disponibile su tutte le piattaforme musicali dal 15 marzo. “Una voce avvolgente, morbida ed audace” così l’ha definita uno dei suoi professori di canto. Infatti Lidia si è laureata al Cpm istituto di alta formazione musicale a Milano. Classe 2001. Da sempre affascinata dal pop, soul, R&B, musica elettronica. Molto legata alle sue origini. Le piace sperimentare, cimentandosi in diversi stili. Scrive di sè e si fa portavoce delle storie degli altri. Con un occhio attento ai temi di impegno sociale. Secondo la sua opinione scrivere è il miglior modo per leggersi dentro e cantare il mezzo più efficace per empatizzare con la gente. L’abbiamo incontrata a pochi giorni dalla laurea e ci ha raccontato il suo percorso musicale la scelta di scrivere su un tema sociale così importante soprattutto per le giovani generazioni e l’uscita della canzone proprio nella giornata dedicata ai disturbi alimentari.
Perchè “Stanza Viola”, cosa rappresenta a chi si rivolge?
Stanza viola si rivolge ai giovani e non solo. È il brano al quale sono più legata in assoluto. Racconta la storia reale di una ragazza che per anni ha sofferto di disturbi alimentari, di bulimia, che per anni ha combattuto i mostri che abitavano nello specchio. Ho sentito il bisogno di mettere inchiostro su carta per raccontare la storia di sofferenza, ma anche di spirito di rivalsa di una ragazza, ormai donna, che conosco personalmente, che mi sta molto a cuore. Ho scritto “Stanza viola” una notte del dicembre 2020. Mi trovavo a casa di un’amica e non appena mi son messa a letto ho iniziato a scrivere, ignara ancora di cosa stessi per raccontare. Ho cominciato a descrivere la stanza in cui mi trovavo, appunto una stanza viola, e da lì le parole sono venute fuori spontanee, delicatamente, in punta di piedi. Così è nato il paragone metaforico tra l’ambiente in cui mi trovavo e il cuore viola di questa ragazza tumefatto da un dolore che la divorava dall’interno e che per anni ha tenuto per sè, e di cui nessuno si era reso conto. Una ragazza che ha iniziato a farsi male sin dall’adolescenza continuando per anni, smettendo quando aveva poco meno di trent’anni.
Che valore hanno gli steriotipi di genere nell’immaginario collettivo dei ragazzi. La perfezione a tutti i costi, la bellezza a tutti i costi?
Lo stereotipo della perfezione creava in questa ragazza l’illusoria convinzione della sicurezza; con un certo fisico ci si sente sicuri di vincere, sicuri di essere apprezzati. Rincorreva quel tipo di perfezione che la vita che conduceva e le problematiche familiari, non le permettevano di vivere. La magrezza rappresentava la sua forza, quella forza che nella vita non aveva. Non riusciva a studiare per i problemi che suo padre faceva gravare su di lei, ma dominando il cibo si sentiva forte; vomitando si convinceva di ripartire dallo stesso punto senza aver fatto danni, a parte le nocche a sangue, la gola a pezzi e il cervello il tilt per lo sforzo. Lei è una ragazza che è cresciuta troppo in fretta, non ha vissuto l’infanzia spensierata che io e, fortunatamente, tante altre persone, hanno vissuto, portando su di sé il peso di mandare avanti una famiglia, rinunciando ai suoi scopi, alle sue passioni, ai suoi obiettivi di vita per aiutare i genitori in difficoltà. Non si è mai sentita bambina e per questa ragione sfogava le sue frustrazioni nel cibo. Ha fatto del suo tempio, il corpo, ossessione. Lei è una ragazza che non si è voluta bene per tanto tempo, ma che grazie ad un’amica è riuscita, però, a salvarsi. Ha combattuto contro i suoi spettri, a volte ci combatte ancora, ma ora è una donna forte, che davanti alle difficoltà risponde con sorriso e pazienza, che è ancora capace di meravigliarsi ed è immensamente grata di quello che ha poi ricevuto. Sono fiera di aver messo inchiostro su carta per raccontare la sua storia. Non è mai troppo tardi per gridare aiuto. Ora lei si vuole bene, è tornata ad amarsi.
Quanto c’è di vita vissuta nelle tue canzoni?
I miei brani sono per lo più autobiografici, non nascono quasi mai come canzoni, ma come flusso di coscienza, e dunque in prosa. Mi piace però anche immaginarmi come una cantastorie, raccontando esperienze di vita altrui, vestendo altri panni imparo tanto. Per “Stanza Viola” è successo questo, l’impulso di dar voce ad una storia per anni rimasta nascosta
Perché scegliere di fare la cantante in questo momento storico in cui c’è tanta proposta?
Non è mai stata una scelta, è sempre stata una consapevolezza. Sappiamo bene che in questo momento storico, culturale il mercato è ormai saturo, ma se la mia musica può essere utile anche a sole tre persone ne sarà valsa la pena. Non dico di non aver mai avuto dubbi, o momenti di sconforto. Sono una persona ansiosa e paranoica, ma la passione è sempre stata troppo grande per essere soffocata dalla paura. Una volta una persona mi disse “L’ansia non esiste”, perché nel momento in cui proviamo ansia, timore per il futuro, ci stiamo preoccupando per qualcosa che in realtà non sappiamo come andrà.
Musica. “Stanza Viola”, i disturbi alimentari in una canzone
Gio, 14/03/2024 - 11:49
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