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Il giorno infinito della Folgore. Così morì l’eroe di El Alamein

Redazione

Il giorno infinito della Folgore. Così morì l’eroe di El Alamein

Sab, 12/09/2020 - 10:18

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Il giorno infinito della Folgore. Così morì l’eroe di El Alamein

Il cavallo, la sciabola, il berretto, gli speroni. È questo che Alberto Bechi Luserna vedequando nasce, il 21 dicembre del 1904. Suo padre Giulio, infatti, è un capitano dell’esercito. Un classico ufficiale di inizio Novecento: baffi all’insù, poche parole, sguardo intenso. E una dote particolare: è un maestro della penna. Grado dopo grado, Giulio gira l’Italia per poi partecipare alla campagna d’Africa orientale (1895/1896) e a quella in Tripolitania contro i turchi.

Combatte e scrive. Scrive e combatte, ricevendo anche le lodi di Edmondo De Amicis. Nel 1915 l’Italia entra in guerra, in quello che sarà il primo conflitto mondiale, e Bechi spera di esser mandato in prima linea. I suoi superiori, però, hanno altri progetti per lui. Sa scrivere (e bene), sa infiammare gli animi: il posto più adatto è la Sezione stampa. Da buon militare, Giulio accetta ed esegue gli ordini.

Passano due anni e, il 6 marzo del 1917, gli viene chiesto di formare i giovani del 254esimo reggimento fanteria della Brigata Porto Maurizio. Bechi si dà un gran da fare, pensa e sceglie il motto del reggimento: “Con lieto animo”. È questo il suo programma. Tutto si deve fare con letizia. Poco più di un mese dopo, il 16 aprile, la Brigata viene inviata in zona di guerra dove ha essenzialmente due compiti: presidiare le trincee e sistemare le strade.

A giugno viene spedita nel settore sud per combattere la battaglia dell’Ortigara e, dopo due mesi di lotta, sul fronte dell’Isonzo. Il 28 agosto, Bechi si mette alla testa dei suoi soldati per andare all’attacco: urla la carica, esce dalla trincea e avanza “con lieto animo”. Sprona le sue truppe e chiede di resistere. Tutto attorno a lui il sibilare dei proiettili e i ruggiti delle armi pesanti. Il colonnello viene raggiunto da un colpo di artiglieria. La sua divisa si lacera e si macchia di sangue. Si accascia e viene subito portato via. Salvarlo è impossibile: le ferite sono troppe e troppo profonde. Prima di spirare, Bechi soffre per 36 lunghe ore. Nell’agonia chiede informazioni sulla battaglia e implora i suoi uomini di resistere. È il 30 agosto del 1917. Quando Giulio spira, suo figlio Alberto – il protagonista della nostra storia – ha solo 13 anni.

Il piccolo Bechi avrebbe potuto odiare la guerra e la divisa che gli avevano strappato il padre. Chi te lo fa fare – avrebbe pensato un altro – di morire in battaglia? Chi te lo fa fare di girare il mondo in cerca di sempre nuove battaglie? Eppure Alberto decide di seguire le orme paterne. Nel 1918 entra prima nel Collegio Militare di Napoli, la prestigiosa Nunziatella di oggi, per poi proseguire gli studi nel Collegio Militare di Roma a Palazzo Salviati. Successivamente entra nell’accademia militare di Modena. Viene infine assegnato – e non poteva essere altrimenti – alla Cavalleria. Ancora una volta: il cavallo, la sciabola, il berretto, gli speroni.

Partecipa alle guerre coloniali, in Libia e in Etiopia, dove ottiene tre medaglie di bronzo al valor militare (1929, 1930, 1935). Vicino a Galeazzo Ciano, viene prima mandato nel Regno Unito con l’incarico di addetto militare e poi con quello di direttore dell’Ufficio Finlandia. Quando scoppia la Seconda guerra mondiale, Bechi Luserna viene inviato al Sim (Servizio di informazione militare), ma poi fa richiesta di entrare in una specialità ancora in fasce: quella dei paracadutisti.

Bechi Luserna e la Folgore

Nel giugno del 1940 si cominciano a vedere piccole meduse bianche calare dal cielo di Tarquinia. Sono i primi paracadutisti. Il progetto, in realtà, aveva iniziato a prendere forma qualche anno prima, quando Italo Balbo aveva lanciato i primi “fanti dell’aria” in Libia. Non appena viene a conoscenza di ciò che sta accadendo sul litorale laziale, Bechi Luserna chiede di essere impiegato in questa nuova specialità. Quando arriva nel centro di addestramento dei paracadutisti, rimane a bocca aperta: “Era una legione di bei figlioli, viventi in monastica semplicità entro alcune baracchette assiepate d’intorno ad un aeroporto. Seminudi ed abbronzati come una colonia d’atleti naturisti, li si scorgeva intenti ad esercitarsi da mane a sera con certi loro congegni di uso bizzarro”. C’erano uomini di tutte le età, giovani e meno giovani. Pure un anziano monsignore, don Augusto Moglioni, pensò di arruolarsi. Anzi, fu proprio lui, seppur involontariamente, a suggerire il nome Folgore: “Terminava l’epistola, a guisa di saluto e di vaticinio, con il motto ‘Ex alto fulgor‘. Lo scritto ci piacque, il motto anche, e l’adottammo. Il nome di ‘Folgore’ nacque così”.

Ci si addestra per ore: “L’esercizio quotidiano, ben dosato e metodico, ne completava l’amalgama: i muscoli induriti del lavoratore si scioglievano, quelli dolicomorfi ed un po’ anemici dello studente si irrobustivano, qualche sospetto di adipe si scioglieva in sudore. Il sole e la salsedine patinavano ugualmente volti e torsi, talché, dopo qualche settimana, ogni disparità di provenienza era sparita. La massa era irreggimentata in manipoli d’atleti, embrione dei futuri reparti armati”. C’è chi arriva con spirito romantico e chi per amore del pericolo. Proseguono i lanci e si spera di venire impiegati a Malta. Ma i paracadutisti devono aspettare. Nell’estate del 1942 la Folgore, scrive Bechi Luserna, “è ormai completa, approntata“. Si parte, destinazione Africa: El Alamein.

La sabbia di El Alamein

Dopo poco più di un mese, la Folgore inizia a prender confidenza con quelle che verranno poi ribattezzate “piaghe d’Egitto”: mosche, fame, dissenteria. È questo uno dei tanti fronti su cui i giovani soldati devono combattere: “Fronte terrestre, fronte marittimo, fronte aereo, fronte interno… Vi aggiungerei un ‘fronte individuale’ non meno importante: quello che ha per campo di battaglia il nostro Io e su cui si scontrano quotidianamente gli istinti animali della carne ed i motivi ideali dello spirito, gli uni contro gli altri armati come eserciti in battaglia. Lanciano i primi subdole offensive di malumori e di miseriole – quel tal cibo scarseggia, il sonno interrotto dall’allarme, le ventennali abitudini domestiche sconvolte dal ciclone della guerra. Reagisce lo spirito con contrassalti ispirati a più nobili concezioni: se al termine della giornata le forze spirituali prevalgono, abbiamo vinto la nostra piccola battaglia quotidiana. Piccole battaglie, piccole vittorie: ma la sintesi di tutte queste vittorie con il v minuscolo è uno dei più efficaci coefficienti per raggiungere quella con il V maiuscolo”.

I ragazzi della Folgore – ormai sono noti così – si distinguono. Escono in battaglia come se dovessero uscire con la ragazza più bella del Paese, organizzano imboscate per cercare di recuperare qualche razione da mangiare o qualcosa da bere: “Partono in avventura con allegria e spigliatezza, prima d’ora inconsuete e in questo perduto angolo di mondo. E tornano sempre a mani piene: un gruppetto d’australiani, una camionetta, un pezzo anticarro: quando va male una cassa di whisky”. Sfidano gli aerei e i soldati inglesi usando solamente le armi che hanno a disposizione (anche se a volte non ci sono neppure quelle) e la forza di volontà.

In Africa Bechi Luserna ritrova il suo amico Paolo Caccia Dominioni. I due si erano conosciuti anni prima a Gallabat, durante la campagna in Africa orientale. Si erano subito trovati, anche perché Caccia era un grande lettore delle opere di Giulio Bechi: “‘Bechi? Quel Bechi, ma anche quell’Eques?’ – chiede Caccia Dominioni appena si presentano, memore del contestato libro dell’eroico colonnello caduto sul fronte di Gorizia e, allo stesso tempo, lettore degli articoli che compaiono su varie testate giornalistiche, con la descrizione delle battaglie alle quali l’autore partecipa e dello spirito con cui si combatte al fronte” (Ulderico Piernoli, Dai segreti del Sim al sole di El Alamein: Giovanni Alberto Bechi Luserna, Nuova Argos). I due si piacciono fin da subito. E iniziano a vagheggiare sull’idea di realizzare un libro sull’epopea che stanno vivendo al fronte. Bechi Luserna scrive e Caccia Dominioni disegna. Il titolo, neanche a dirlo, è già pronto: I ragazzi della Folgore.

La guerra intanto si fa sempre più intensa. Cadono i primi uomini e, mentre spirano, sono bellissimi: “Sarà frutto di selezione, dell’educazione che abbiamo loro impartito, del tirocinio al rischio derivante dal mestiere di paracadutista, ma ce l’hanno. Avete notato, ad esempio, come sanno cadere i nostri ragazzi? È vero: cadono in bellezza, con un loro stile inconfondibile di soldati e di razza. Da Rossi che si porta a rimorchio un’intera fronte con uno squillo di tromba, a quel ragazzo che cantava sparando in caccia contro i carri: v’è in tutti una tale potenza spirituale da ridurre la guerra alla funzione di cornice, di semplice cornice alla bellezza dell’episodio. L’orrore di questa fronte, le masse polverose degli armati, le tribolazioni, lo squallore desolato della natura, svaniscono nel miraggio, attorno al corpo di un caduto, componendo un lontano e sfocato scenario da Golgota. Il vero protagonista è lui, quel ragazzo disteso bocconi col pugno sanguinante ancora chiuso sulla bomba”. Mentre infuria la battaglia, Bechi Luserna viene richiamato in Italia: per lui è già pronta una nuova missione. L’armistizio, però, cambierà per sempre i suoi piani.

L’8 settembre e la morte di Alberto Bechi Luserna

L’8 settembre 1943 spacca l’Italia in due. I soldati non sanno più che fare: restare al fianco del re oppure dei tedeschi? Ognuno va per la sua strada, convinto di essere nel giusto. Come novelli Eteocle e Polinice, i due fratelli tebani divisi fin dopo la morte, i soldati italiani saranno destinati a prendersi la vita a vicenda. La drammaticità di quei giorni emerge dal Diario storico della Nembo, importante documento che, insieme ad altre testimonianze di quei giorni, abbiamo potuto visionare grazie all’ufficio storico dell’esercito italiano: “Appena la notizia dell’avvenuto armistizio fra l’Italia e gli Stati alleati si diffuse fra i reparti della Divisione, un senso di accoramento e di dolore pervase gli animi di tutti”. C’è chi spera si tratti di propaganda e chi, invece, comprende che è l’inizio di una guerra fratricida. Il 9 settembre si registrano le prime defezioni. Il maggiore Rizzatti si presenta al generale Basso con il mitra in mano: “Signor generale, voi nel consegnarmi quest’arma mi avete fatto dovere di usarla sino all’ultimo colpo, noi assolviamo il compito ricevuto”. Una stretta di mano e le spalle del maggiore si girano, per seguire altre strade e raggiungere i soldati tedeschi.

Per Bechi Luserna c’è solo un giuramento da rispettare: quello fatto al re. Il tenente colonnello vuole fare tornare i dissidenti sotto un’unica bandiera e così, insieme ad altri militari, si mette alla guida di una Fiat 1100 scoperta, fino a quando arriva ad un posto di blocco nei pressi di Macomer. Dalla macchina, si legge nei documenti dello Stato maggiore, parte un colpo di pistola e, subito dopo, inizia il fuoco, che “si propagò a tutto il battaglione, determinando uno stato di crisi, in quanto i militari sparavano in tutte le direzione, spostandosi, d’iniziativa, verso diversi punti della zona, come se il reparto fosse stato attaccato dal nemico”. Pochi attimi che però sembrano durare anni. Bechi Luserna viene colpito. L’ufficiale medico del battaglione, il sottotenente Fusar Poli, cerca di soccorrerlo ma non c’è più nulla da fare. Il maggiore Rizzatti fa raccogliere tutti gli oggetti del colonnello e cerca di comprendere ciò che è successo. Nel frattempo arrivano i soldati tedeschi: bisogna partire, non c’è più tempo da perdere. Si legge quindi nei documenti: “La salma fu caricata su di un motocarro e si riprese subito la marcia. Il movimento continuò sino all’estrema punta nord della Sardegna. Durante il percorso non fu possibile dare sepoltura alla salma”. Il corpo del colonnello viene così caricato “ai margini di uno zatterone” e infine gettato in acqua. Nessuno, ad oggi, sa dove sia la sua salma. La sua anima si trova invece in quell’angolo di cielo “dove vivono in eterno santi, martiri ed eroi”.(di Matteo Carnieletto, ilgiornale.it)