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Caltanissetta. La verticalità perduta: meditazione del maestro nisseno Francesco Guadagnuolo sull’antenna RAI di Sant’Anna

Redazione 1

Caltanissetta. La verticalità perduta: meditazione del maestro nisseno Francesco Guadagnuolo sull’antenna RAI di Sant’Anna

Gio, 04/06/2026 - 07:21

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CALTANISSETTA. Nel cuore di questa vibrazione notturna prende forma l’opera di Francesco Guadagnuolo, “Lo spettro dell’antenna RAI” (olio, acrilico e collage su carta intelata, 52 x 45 cm). Un dipinto verticale, costruito come una rivelazione: in alto l’apparizione dell’antenna nella notte, in basso la sua dissolvenza all’alba.

Il traliccio non è ricostruito: è evocato. È un ago di luce, imponente e fragile, circondato da fili luminosi che sembrano avvolgerlo per proteggerlo, come se una forza invisibile tentasse di trattenerlo nel mondo. La verticalità diventa così una colonna di energia, una presenza che non vuole scomparire.

Questa visione nasce da un’immagine: un colpo di spatola deciso è la luce che prende forma.

Nel dipinto, l’antenna non è più un oggetto tecnico: è memoria viva, è eco, è voce. Per decenni ha sfiorato il cratere dell’Etna, ha portato notizie come semi nel vento, ha raccontato paesi e silenzi. Guadagnuolo non la ricostruisce: la ascolta. La restituisce come presenza che continua a trasmettere.

Monte Sant’Anna la sostiene come un padre che tiene alta la voce del figlio. Monte San Giuliano, sullo sfondo, veglia il Redentore e le luci tremolanti della città, come se custodisse un segreto che la notte non riesce più a trattenere.

E da questa immagine nasce una domanda che non smette di tornare: Che cosa resta davvero di ciò che abbiamo perduto?

Ogni Città possiede un punto in cui il paesaggio smette di essere natura e diventa pensiero. A Caltanissetta, quel punto era l’antenna RAI di Sant’Anna: una linea verticale che non si limitava a trasmettere segnali ma che sembrava interrogare il cielo. Un gesto geometrico, un’ascensione tecnica, un varco.

Quando fu abbattuta, nel luglio del 2025, la città non perse solo un’infrastruttura. Perse un principio di orientamento. Perse la sua domanda.

Perché ogni struttura verticale – un campanile, un faro, un traliccio – non è mai solo un oggetto: è un modo in cui una comunità si misura con l’altezza, con il limite, con ciò che la supera. È un tentativo di dialogo con l’invisibile.

L’antenna, allora, non era un semplice impianto. Era un pensiero incarnato.

La demolizione come atto metafisico

Sembra che gli atti ufficiali dicono che la ricostruzione sarebbe possibile.

Eppure, dopo la demolizione, nessuno ha più parlato di ricostruzione. Come se l’abbattimento avesse avuto un valore simbolico più forte della sua funzione. Come se la Città avesse voluto, consapevolmente o no, interrompere un dialogo con il cielo.

Demolire una verticalità significa sempre qualcosa: significa riportare tutto all’orizzontale, al misurabile, al controllabile. Significa rinunciare ad un’eccedenza.

La collina come archivio dell’invisibile

Poi, nelle ultime settimane è accaduto qualcosa che appartiene più alla fenomenologia che alla cronaca.

Di notte, nel punto esatto in cui l’antenna sorgeva, nell’opera pittorica appare una linea di luce. Sottile, verticale, silenziosa. Non è un oggetto. Non è un fenomeno atmosferico. Non è un errore. È un residuo ontologico.

Come se la collina conservasse la forma di ciò che ha perduto. Come se la memoria non fosse un fatto psicologico, ma un fatto fisico: un’impronta che la notte restituisce quando il mondo si distrae.

La luce non illumina: indica. Non mostra: ricorda. È un gesto minimo ma sufficiente a rimettere in moto la domanda che la demolizione aveva tentato di chiudere.

Comprendere, non ricostruire

La questione non è più: si può ricostruire l’antenna? Gli atti forse lo suggeriscono, ma la realtà è un’altra.

La vera domanda è: che senso avrebbe ricostruirla?

L’antenna originale aveva una funzione precisa, tecnica, storica. Quella funzione non esiste più. E ciò che è stato abbattuto non può essere riportato in vita come se nulla fosse accaduto.

Ricostruirla oggi non restituirebbe un servizio, né un simbolo: sarebbe un simulacro, un’imitazione, un gesto senza necessità.

La strada non è rifare ciò che è stato perduto, ma creare qualcosa di nuovo, capace di parlare al presente.

Qualcosa che non imiti la verticalità antica, ma che la trasformi in un’altra forma di ascolto, in un’altra funzione culturale, in un’altra esperienza della luce.

Perché la tecnica passa, ma l’immaginario resta. E ciò che la città ha perduto non è un traliccio, ma un modo di guardare il cielo.

Ciò che la notte sa

Forse la collina, con quella linea di luce che appare e scompare nell’osservazione del dipinto, sta dicendo proprio questo: che non tutto ciò che viene abbattuto deve essere ricostruito. Che alcune presenze non chiedono di tornare come erano, ma di trasformarsi in un’altra forma di senso.

La verticalità dell’antenna non era solo architettura: era un modo di guardare il cielo, un gesto della città verso l’invisibile.

Oggi non serve rifarla. Serve ascoltare ciò che è rimasto: la memoria luminosa, il ronzio sotterraneo, la domanda che continua a vibrare.

E allora la questione finale non riguarda più l’antenna. Riguarda la Città.

È pronta a creare qualcosa di nuovo, qualcosa che non imiti il passato ma che lo trasfiguri in esperienza culturale, artistica, collettiva?

O preferisce lasciare che la notte continui a restituire, in forma di luce, ciò che il giorno non ha saputo custodire?

Perché ciò che scompare nel mondo può rinascere come immaginario. E ciò che l’immaginario trattiene, prima o poi, trova sempre un modo per tornare.

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