Breve romanzo di Francesco Guadagnuolo (Con Rosario Assunto al Palazzo Moncada, nel punto in cui lo spazio si fa tempo)
30 maggio 2026 – Per i Settant’anni di Francesco Guadagnuolo
Capitolo centrale. La luce del mattino era ancora incerta, ma già vibrava come un pensiero che cerca forma. È il 30 maggio 2026, il giorno dei miei settant’anni, e Caltanissetta sembrava saperlo. Non era una città: era un organismo che si preparava a parlarmi. Il Palazzo Moncada emerse davanti a me come un volto che ricorda. Non era l’edificio reale: era quello del mio dipinto, quello che avevo fatto riemergere dal tempo, quello che avrebbe dovuto essere nel 1651, quando la visione titanica dei Moncada si era interrotta. Fu allora che sentii la voce. «Francesco» disse Rosario Assunto, «oggi non compi settant’anni. Oggi ritorni nel tempo che ti ha generato». Mi voltai. Assunto era lì, come lo ricordavo a Roma, ma più giovane e più antico allo stesso tempo. La sua presenza non aveva bisogno di corpo: era un modo di vedere. «Rosario… sei tu?». «Sono la parte di me che non è mai morta» rispose. «E oggi, nel giorno del tuo settantesimo anno, nel trecentosettantacinquesimo anno della visione incompiuta del Palazzo Moncada, era inevitabile che ci incontrassimo qui».
Il Palazzo come soglia del tempo. Assunto guardò la facciata immensa del palazzo dipinto. «Tu non hai dipinto un edificio», disse. «Hai dipinto la forma della città interiore. Ogni città ha un luogo che la pensa. Il Palazzo Moncada è questo luogo». «Ma perché proprio oggi?» chiesi. «Perché oggi il tempo è aperto», rispose. «Il tuo settantesimo anno coincide con il ritorno della visione del 1651. Tu non celebri un compleanno: celebri una durata».
Dialogo sulla facciata titanica. Ci avvicinammo alla facciata, che sembrava respirare. «Guarda questi mensoloni», disse Assunto. «Non sono solo elementi architettonici con le loro figure antropomorfe, zoomorfe, satiri e volti grotteschi. Sono muscoli metafisici. «…Sostengono non una struttura, ma un’idea formale: la volontà d’assoluto di Luigi Guglielmo I° Moncada». «Io ho solo immaginato ciò che avrebbe potuto essere…». «No», m’interruppe. «Tu hai riattivato ciò che non ha cessato di chiedere forma. Il Palazzo non è incompiuto: è in attesa. E tu gli hai dato voce».
Le apparizioni dei Moncada. Assunto indicò le figure sospese sopra la Sicilia. «Luisa Moncada, qui, non è un personaggio storico. È la forma dell’intelligenza femminile che attraversa i secoli. È la custode della continuità». Poi guardò Luigi Guglielmo I°. «Questi non sono antenati. Sono archetipi. Tu li hai dipinti come presenze che non appartengono al passato, ma alla struttura stessa del tempo». «E perché appaiono proprio oggi?» chiesi. «Perché oggi il tempo è permeabile», rispose. «Il tuo settantesimo anno è una soglia. E loro sono apparsi perché il Palazzo li chiama quando qualcuno lo sa vedere».
L’uomo con l’impermeabile. Assunto si fermò davanti alla figura inquieta in basso. «Questo emissario è il tuo colpo di genio. È il perturbante che apre il tempo. È colui che vede ciò che non dovrebbe essere visibile». «È un investigatore?» chiesi. «È un testimone», rispose. «È la coscienza del quadro. È l’uomo che sa che il tempo è spezzato».
L’orologio indecifrabile. Ci fermammo davanti al grande orologio. «Il tempo, qui, non scorre». disse Assunto. «Tu non dipingi un’ora: dipingi l’impossibilità dell’ora». «È il cuore del transrealismo», aggiunsi. «Esatto. Il transrealismo non rappresenta il tempo: lo disarticola. E tu, oggi, nel tuo settantesimo anno, sei dentro questa disarticolazione».
La città doppia. Assunto indicò le due metà del dipinto. «Da un lato la Caltanissetta dei Moncada: viva, pulsante, mitica. Dall’altro la città contemporanea: distante, quasi spenta». Poi concluse: «Il paradosso è questo: i morti sono più vivi dei vivi. La memoria è più reale della modernità».
La musica di Cornia e il libro che si sfoglia. «La musica che proviene dall’aldilà non è un artificio poetico». disse Assunto. «È la prova che la storia non è un archivio, ma un’energia». Indicò il libro che si sfogliava da solo. «I documenti non sono reperti. Sono testimoni. E tu li hai dipinti mentre si risvegliano».
Il tempo che scivola avanti e indietro. «L’antenna Rai è il futuro che sovrasta», disse. «Il Tempio della Concordia è l’eterno che resiste». Poi mi guardò. «Tu hai dipinto il tempo come un organismo che si apre in più direzioni. E oggi, nel tuo settantesimo anno, tu sei al centro di quest’organismo».
Epilogo – Il Palazzo che pensa la città Assunto posò una mano sulla mia spalla. «Francesco, questo palazzo non rappresenta la città. La pensa. È la sua coscienza architettonica. È il luogo in cui la città si ricorda di essere stata grande». Poi, con voce più bassa: «Tu non hai dipinto un edificio. Hai dipinto un ritorno. Il tuo, certo. Ma anche quello della città verso se stessa». Mi guardò negli occhi. «Oggi non compi settant’anni. Oggi riemergi nel tempo, come il Palazzo quando torna a imporsi alla memoria dopo un lungo silenzio. Non è un anniversario: è una riapparizione. Ed io sono qui, Francesco, mentre vieni celebrato per il tuo ruolo nella nascita del Transrealismo Italia, perché alcuni passaggi chiedono una presenza vigile, una coscienza che registra l’istante, un testimone del momento in cui il tempo decide di cambiare direzione».

