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I Fatti del Grillo Parlante: “Èramo” stretti stretti come sardine…al “Palmintelli

Alfonso Grillo

I Fatti del Grillo Parlante: “Èramo” stretti stretti come sardine…al “Palmintelli

Sab, 07/12/2019 - 11:51

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I Fatti del Grillo Parlante: “Èramo” stretti stretti come sardine…al “Palmintelli

I MIEI RACCONTI BREVI

“No, le sarde non mi piacciono”
“Ma queste sono sardine”
“Mizzica! peggio di peggio, cchi sugnu gattu ca mi manciu i sardini?”
Ci sono voluti ben 14 anni affinché io potessi apprezzare tale sgradevole abitante del mare nostrum; infatti fu alla tenera età di 14 anni che, grazie ad un espediente di basso rango, dovetti mio malgrado cibarmi di tale prodotto ittico che “feteva”, e non solo dalla testa (si sa le sardine stando strette tra loro trasudano). Ma procediamo per gradi ed andiamo a ritroso nel tempo. Uno dei punti fermi della mia fanciullezza fu la domenica al “campo sportivo” (“accussì” veniva chiamato il “Palmintelli”, non vi era la pretesa di chiamarlo stadio). Mio zio Antonio (nel periodo in cui era ancora signorino) tutte le domeniche soleva condurmi al “Palmintelli”, per assistere alle partite della Nissa, la compagine calcistica che rappresentava la città. Erano gli anni della gestione Territo e Savoia. In illo tempore il “Palmintelli” era sovente gremito in ogni ordine di posti, presenza minima 1000/1500 spettatori a partita (senza conteggiare gli “abusivi” presso finestre e balconi circostanti). Sold out financo il settore “vip” della “montagnetta” fuori dall’impianto sportivo, alle spalle della gradinata. Ricordo alcune sfide epiche, con rivali storiche come l’Akragas, in cui, in un “Palmintelli” stracolmo, eravamo stipati e stretti come sardine. E nonostante ciò, le “timpulate” di freddo che ho preso in quelle occasioni mai più.
Mentre seguivamo la partita dei nostri beniamini, stavamo con l’orecchio “spiaccicato” nella radiolina, sintonizzata sul “calcio minuto per minuto”, attraverso la quale, grazie alle voci familiari di Sandro Ciotti, Enrico Ameri ed i loro colleghi, “ascuntávamu” la serie A (“scusa

Ameri, sono Ciotti, intervengo da Milano per segnalarti il pareggio…”).
Il vecchio e glorioso “Palmintelli” viveva dei suoi personaggi: gli irriducibili delle “brigate ultrà nissa”, “il commissario” che, nel suo chiosco all’inizio della gradinata, vendeva gazzose, “ u zì Giuvanni ‘u stigliularu” che girava tutt’intorno al terreno di gioco con in mano una grattugia con attaccate le corna, che rivolgeva all’indirizzo dell’arbitro, apostrofandolo con epiteti non proprio da chierichetto (che svelavano la sua origine palermitana). La frase più gentile che ho udito uscire dalla sua bocca di rosa fu: “si cchiù cuinnutu di un camion di babbaluci”.
Prima della partita, il custode (si chiamava Grillo) “sistemava” il terreno di gioco guidando una fiat 127 che trainava una rete (di letto), il risultato era poco meglio di un campo di patate.
I momenti calcistici più importanti erano le trasferte, ed il momento più elevato di ogni trasferta era il pranzo, che metteva in secondo piano la partita stessa. In qualsiasi paese si andasse il rito prevedeva il pranzo nella migliore trattoria, e poi, ben rimpinzati, si andava a sostenere l’undici biancoscudato. Il risultato finale della partita era cosa trascurabile, l’importante era darsi ai piaceri della mensa, mangiando e bevendo lautamente. E adesso ci avviciniamo al momento della mia immane tragedia legata alle sardine. Trasferta a Bagheria, pranzo obbligatoriamente da “Don Ciccio”.
“Fofò oggi ti mangi na pasta mascula”
Non mi era concesso ordinare, decidevano i “grandi”, il menù veniva concordato nel corso della settimana, durante estenuanti riunioni tecnico/culinarie. Ed io mi sentivo troppo “toko” perché ero uno di loro.
Tutti a tavola, si mangiaaa!!
“Botta di sali!”, come dicevano “l’antichi”, ma no che mi servono la pasta con le sarde. Due erano i piatti che non gradivo assolutamente, solo due, ed uno era la pasta con le sarde, “m’agghiacciaru tutti cosi”, e adesso che faccio? Non posso fare la figura del bamboccio.
“Fofò, non mangi?”
“Aspetta ‘a muddica ‘u carusu”
“Si certo, aspetto la mollica, non sia mai che la mangio senza mollica”. Tergiversavo, ma ero consapevole di non avere scampo, la dovevo mangiare “ppi forza”, c’era di mezzo l’onore della famiglia. Mio zio Antonio, nonché “pipino”, mi guardava trepidante.
Con la morte nel cuore mi accingo ad ingurgitare la prima “forchettata”, e poi la seconda, la terza e la quarta. Minchia! Ma quanto è buona…minchia! Questa è una pasta che farebbe esclamare minchia pure ad un Eskimese. “M’arricriavu”, ma cosa mi ero perso fino a quel momento.
GRAZIE A MIO PIPINO ANTONIO PER LE EMOZIONI, CALCISTICO/CULINARIE, CHE MI HA FATTO PROVARE NEGLI ANNI DELLA FANCIULLEZZA.
P.S.: “Robè, ma ti piacciono le sardine?”
“No compà, preferisciu ‘u baccalà”
“U sacciu ca si liccu, ma qualche volta ti devo portare da Don Ciccio a Bagheria, li fanno le sardine in 6.000 modi: agrodolce, beccafico, arrostite, fritte, sott’olio, purpetti, involtini, ecc…ecc…”