Il costo delle idee

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– di Rino Del Sarto

Qual è il costo di un’ideologia o di una singola idea? Cioè, quanto costa realizzarla? Chiesto così può sembrare un concetto non bello capace di causare non pochi pruriti etici e politici. Proviamo allora a usarlo come chiave di lettura del mondo contemporaneo, il cui inizio potremmo fissare con l’entrata in vigore della Costituzione degli Stati Uniti d’America, ovvero come Fatto Globale.

I bolscevichi per esempio, si sono chiesti quanto costasse realizzare il comunismo? Avevano previsto che sarebbe fallito miseramente dopo aver causato milioni di morti? Sembrerebbe di no. E perché? Perché la Russia, dagli Zar a tuttora, è sempre stata refrattaria a concetti fondamentali come la sacralità e impersonalità della Legge, a cominciare da una Costituzione, più o meno liberale che fosse. Questa invece è stata sempre piegata a interessi personali o di partito.

Ma c’è una novità di non poco momento sul fronte orientale: l’intesa tra Putin e l’Unione europea, di cui a farne per primi le spese sono i sovranisti italiani, sia politici che paramilitari, incapaci di garantire alla Federazione russa, forse addirittura dietro lauto pagamento, quell’appoggio necessario a far togliere le sanzioni alla Russia. Troppo alto il costo dell’idea, purtroppo ancora in voga in Italia, di assecondare ogni bassa pulsione popolare. E Putin è uno che i conti del costo delle idee se li sa fare. 

L’America invece no. Con il suo approccio capitalistico proattivo da quando ha una Costituzione, che discende dalle mirabili affermazioni della Dichiarazione di indipendenza, ha sempre tenuto d’occhio il costo delle idee, sia in pace che in guerra, sia in tempi di isolamento che di interventismo. Ma se l’economia bene o male continua a tirare è la politica che delude sotto il profilo della valutazione del costo delle idee. 

Perché con tutta probabilità Trump non si sta chiedendo quanto costa il suo “Make America Great Again”, quanto costa il sovranismo. E non solo in termini economici e strettamente capitalistici, ma in termini umani e di sostenibilità ambientale. Due parametri diventati imprescindibili nel mondo contemporaneo che a breve, 2030, rischia di entrare in una fase di irreversibilità delle politiche di profitto a scapito dell’ambiente. Il che significa crudelmente l’inarrestabile fine della vita sulla Terra.

E i cinesi invece, lo sanno valutare il costo delle idee? Certamente. Sono stati forse i primi a iniziare. Già sul finire degli anni ’70, quando la moderata e pianificata apertura all’economia di mercato decretata dalle riforme di Deng Xiao Ping salvò la Repubblica Popolare dal disastro che di lì a poco avrebbe travolto il blocco comunista. E assicurandole in più decenni di PIL in crescita e spesso in doppia cifra. 

Ma da qualche anno la Cina non tira più come una volta. Si dice a causa della guerra commerciale con l’America acuitasi ancor più con l’avvento di Trump. Ma il vero problema della Cina è che non è un paese pienamente democratico e liberale. E la libera iniziativa economica è garantita solo a pochi e selezionati e controllati dal partito. Inoltre, cosa che neanche Mao o Stalin avevano concepito per sé, l’attuale Presidente Xi Jin Ping si è fatto inserire nella Costituzione, sancendo quindi una svolta personalistica e giocoforza mortale a ciò che dovrebbe sempre resta impersonale. È cioè la Legge fondamentale dello Stato. E questo ha un costo.

Veniamo infine all’Italia. Si potrebbero dire tante cose. Tuttavia l’unica cosa che sembra certa è che non può essere ritenuta conveniente un’idea se per realizzarla bisogna indebitarsi. E il riferimento è chiaramente alla manovra a debito varata dal Governo giallo-verde a fine 2018 e in particolare al reddito di cittadinanza e a quota cento. Un approccio che non appare né sintonizzato con la contemporaneità né tantomeno avveniristico, quanto casomai vetero-capitalista, cioè ispirato a quella economia basata sul debito che, a detta degli stessi populisti-sovranisti, è stata la causa di tutti i nostri mali e segnatamente della grande crisi economica e di valori iniziata nel 2008. E tutto ciò al punto da far apparire il populismo-sovranista come la marionetta di quelle stesse elite che spergiura di voler combattere.

Oggi più che mai abbiamo bisogno di persone coscienziose, studiose, riflessive, che pesano ogni parola che dicono. Che sentano il peso della missione implicita nell’incarico che hanno chiesto e ottenuto dagli elettori. Che sappiano fare da argine, prendendosi il loro tempo, alla imperante velocità del mondo contemporaneo che esige risposte sempre più rapide e giocoforza imponderate. Di persone insomma che ponderano il costo delle idee che vogliono realizzare. Dei migliori tra noi. Non di politici da bar dello sport o da pizzeria la cui unica preoccupazione è di somigliare al cittadino medio e di assecondarne ogni più bassa pulsione o avere la risposta pronta ancora prima che gli sia richiesta.

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