Riflessioni post voto con Giorgio Mulè: Temo i grillini al governo, PD kp grazie a Berlusconi

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L’analisi post elezioni regionali con il nisseno Giorgio Mulè, direttore del settimanale Panorama: «Centrodestra coeso, strategia vincente per le politiche. Sinistra vittima di personalismi e poco umile». Bocciato Crocetta: «La sua politica? Un teatrino». L’astensionismo in Sicilia: «Una vera tragedia. Serve riacquistare credibilità con i programmi, altrimenti la gente si affiderà al fato».

E adesso che succederà nella terra del non voto, stretta tra la svolta a destra che ha portato Nello Musumeci al governo e la ribellione pentastellata capeggiata dallo sconfitto Giancarlo Cancelleri? Chiusa – ma non troppo – la parentesi elettorale in Sicilia è già subito campagna elettorale. Un’altra, ma stavolta con vista su Roma. Dalla sua scrivania Giorgio Mulè, direttore del settimanale Panorama, seppur distante dalla sua Caltanissetta dov’è nato, ha lo sguardo lungo sui mutamenti politici post 6 novembre. Al Fatto Nisseno, da cronista di razza e osservatore di scenari istituzionali, ha concesso la sua analisi su un’isola che annaspa. E resta sempre un granaio di voti.

Direttore, il centrodestra è ritornato alla conquista della Regione, il centrosinistra è uscito con le ossa rotte. Ma la Sicilia s’è svegliata anche un po’ grillina. Era tutto prevedibile?
Non era prevedibile, perché non si pensava che Musumeci potesse ambire alla percentuale prossima al 40 per cento. Non c’è stato testa a testa. Questo per il nuovo governatore è un grande onore e onere. Un onere perché, nessuno lo immaginava, può disporre di una maggioranza per dare seguito al programma. Vero, la Sicilia si risveglia in parte grillina ed è senz’altro importante questo risultato, che però conferma ancora una volta come, al di là di affermazioni importanti com’è accaduto a Roma o in città come Bagheria o Ragusa, quando il M5s tenta il colpo grosso non ci riesce perché soffre di un’asfissia elettorale. I grillini non hanno la potenza necessaria per abbattere il muro di una vittoria che necessita di consensi più elevati. La strategia di stare da soli non paga negli appuntamenti decisivi.
Ma non va sottovalutato il partito dell’astensionismo…
È una grande tragedia. Il fatto che più del 50 per cento non sia andato a votare, ormai in modo consolidato in questi anni, è un trend insito nella natura dei siciliani. Vuol dire che l’offerta politica dei candidati è ritenuta assolutamente insoddisfacente dagli elettori, che preferiscono affidarsi al fato piuttosto che determinare con il loro voto la scelta di chi deve governarli.
Riportare i cittadini alle urne, sì ma come?
Soltanto se la politica riconquista credibilità, ma ciò risiede negli atti che la politica decide di attuare. Se Musumeci ha promesso alcune cose nel suo programma, sarà valutato sulla sua capacità di attuarle. Se invece si riproporrà il teatrino visto nella scorsa legislatura – al di là dei 50 assessori cambiati da Crocetta che sono la rappresentazione plastica di un fallimento amministrativo totale – è evidente che la gente non andrà a votare perché ritiene che sia inutile e che tutto è un gioco.
È d’accordo con chi, come il segretario dem Renzi, sostiene che il voto siciliano non era uno stress test per le elezioni politiche? Un modo per il Pd di scacciare l’annunciata débâcle?
È un modo per chiudere gli occhi e non rendersi conto che il Pd va verso il baratro e rischia di tagliarsi fuori dagli enti locali, come è successo in Liguria e in altre regioni, e dallo scenario nazionale. Sbaglia a non guardare mai alle Amministrative come un campanello d’allarme. La Sicilia è invece una campana che suona forte perché è una regione strategica di oltre 5 milioni di abitanti. È stato sbagliato il candidato, basti guardare alla differenza dei voti dati al presidente e alle liste, è stata sbagliata la campagna elettorale avendo imbarcato il principe del fallimento come Crocetta. È stato sbagliato tutto. Ancora una volta o si aprono gli occhi per tempo o il Pd, come dimostrano i sondaggi, eroderà in modo continuativo i suoi consensi fino a ritornare a essere una forza di opposizione e non più di governo.
Tre priorità nell’agenda di governo che suggerirebbe al presidente Musumeci.
Lavoro, libertà di impresa e protezione del territorio che significa anche valorizzarlo. Non ci metto volutamente la legalità, perché a furia di inseguirla la Sicilia continua a perdere importanti treni. Questo non significa, come qualche imbecille sostiene, che la legalità deve essere il primo punto all’ordine del giorno. Anzi, deve già appartenerci. È una precondizione perché lavoro, libertà di impresa e valorizzazione del territorio possano concretizzarsi. Soltanto se si ha l’intelligenza di predeterminare l’esistenza del rispetto della legalità, si può fare politica. Se la legalità è la prima priorità, allora possiamo stare altri quarant’anni a parlare dei problemi come l’acqua che manca a Niscemi o arriva razionata, le dighe sono incomplete, la viabilità è un disastro. Temi che da troppi anni ci condannano a essere una regione sottosviluppata.
Berlusconi ha ricompattato gli alleati, tornando a vincere. Ha saputo riunire i moderati e allargato a Salvini e alla destra della Meloni. Lei, in un editoriale, l’ha definita la “lezione siciliana”. Eppure il Cavaliere – vincolato dal giudizio della Cedu – rischia di non poter guidare il governo in caso di vittoria. Vede larghe intese all’orizzonte in stile Patto del Nazareno o il nome di un leader alternativo che compatti le diverse anime?
Vedo l’idea di un centrodestra che ancora una volta, come accadde nel 1994, sa essere coeso e va oltre le barriere degli egoismi e degli individualismi. Una coalizione che sappia fare sintesi nel nome di un obiettivo che è guidare il governo, che prescinde dai nomi e si ritrova unito sul programma. Chi deve essere il centrocampista o l’attaccante, secondo me è un fattore quasi secondario. Bisogna ritrovarsi su un programma univoco tra Forza Italia Lega, FdI e le altre forze e sottoporlo agli elettori. È ovvio che il Cavaliere, per ragioni d’età e per la sua posizione processuale, difficilmente potrà essere il presidente del Consiglio. Secondo me è giusto e maturo che il centrodestra trovi una valida alternativa che, nel rispetto della storia di Berlusconi e del grande ruolo di federatore e di personaggio che a livello internazionale ha inciso nella vita di questo Paese, possa presentare anche delle figure nuove e diverse.
Teme una nuova “rappresaglia giudiziaria” contro Berlusconi dopo la riapertura delle indagini sulle stragi del ‘92?
Sì, lo scrissi prima che arrivasse l’ufficialità ed è abbastanza banale che sarebbe andata così. Nel momento in cui il pm Di Matteo, in commissione Antimafia, sostiene che è necessario ricominciare a indagare su Berlusconi e sul suo mondo per quei fatti, è chiaro che è soltanto un problema di tempo. Tant’è vero che alcune settimane dopo è arrivata la conferma che la Procura di Firenze ha riaperto l’inchiesta. La storia ci dice che dopo 25 anni e le inchieste archiviate a Caltanissetta, Palermo e Firenze sul coinvolgimento di Berlusconi a vario titolo nelle stragi del Novanta, si riparte da zero per arrivare all’ennesimo match giudiziario e all’ennesima lordura giudiziaria nei suoi confronti. Se gli elementi sono quelli che abbiamo letto siamo fermi ancora prima del sospetto, a una chiacchiera buttata addosso sulla quale si faranno mesi di indagini, spendere soldi e arrivare al nulla.
La gloriosa macchina da guerra è andata a sbattere: il renzismo sta male e la sinistra non tanto bene. Basterà cambiare un segretario per unire tutti?
No, perché la sinistra è vittima di sé stessa e dei personalismi. È vittima di un meccanismo che nel tempo l’ha portata a trasformarsi in un giocattolino sbrindellato, soffre di una miopia elettorale che la divide sempre nei momenti elettorali cruciali. Ciò che le manca è l’umiltà, che potrebbe essere uno dei valori fondanti per chi si proclama di sinistra. Essere umili significa saper ascoltare e condividere, tutte caratteristiche che in questo centrosinistra non ci sono mentre si vedono soltanto cerchi magici o piccoli cerchietti che non portano da nessuna parte in termini di consensi.
I grillini nonostante i grandi consensi potranno mai governare o saranno destinati all’isolazionismo?
Temo molto un governo 5stelle a livello nazionale. Non ho pregiudizi, ma leggo il loro programma. Hanno in testa misure, dal reddito di cittadinanza per tutti fino al controllo sostanziale dei mezzi di informazione, che mi fanno venire la pelle d’oca. Pensare di trovare 60 miliardi tagliando le pensioni dei parlamentari o facendo la patrimoniale sui redditi alti, significa non sapere da dove cominciare. Ricordo soltanto che in Italia chi guadagna più di 300mila euro sono appena lo 0,11 per cento dei contribuenti. È assurdo…
Voto di primavera: da una parte Berlusconi e il centrodestra, dall’altra chi sarà l’avversario da temere? Quale esito immagina?
Sarà un appuntamento in cui bisognerà correre per conquistare il 40 per cento. Il centrodestra l’ha già capito, il centrosinistra comincia a capirlo ma dimostra di non saperlo fare. I grillini saranno tagliati fuori da questa tornata perché secondo me non arriveranno alla soglia stabilita, quindi se il centrodestra e il centrosinistra si struttureranno bene possono ambire al 40 per cento. Questo significherà non fare le grandi intese e consegnare al Paese un governo credibile. Se non si arriva a questa percentuale, allora saranno larghe intese e su questo vedremo la maturità dei due schieramenti. Dipenderà da questo se portare l’Italia, si spera, a crescere nei prossimi anni più di quanto non lo faccia adesso.

 

Chi è Giorgio Mulè?

Giorgio Mulè nasce a Caltanissetta 49 anni fa. Giovanissimo, nel 1989 inizia la carriera di cronista al Giornale di Sicilia. Indro Montanelli lo assume a Il Giornale nel 1992 e nel 1997 Mulè diventa capo della redazione romana con la direzione di Vittorio Feltri. Nel 1998 è a Panorama, dove assume in breve tempo grandi responsabilità, prima come inviato, subito dopo come caporedattore. Nel dicembre 2000 è vicedirettore del settimanale con delega al settore attualità e nel gennaio del 2003 assume la carica di vicedirettore esecutivo. Nel novembre dell’anno successivo Mulè viene nominato direttore del settimanale Economy. Nel maggio 2006 passa a dirigere Videonews, la testata giornalistica delle tre reti Mediaset. Infine, nell’ottobre 2007, Mulè diventa direttore di Studio Aperto, il telegiornale di Italia Uno. Dal 1º settembre 2009 dirige Panorama.

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