Via Luigi Bruno, una riflessione di Arcangelo Pirrello

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La redazione del Fatto Nisseno si scusa per il ritardo nella pubblicazione

Via Luigi Bruno a Caltanissetta – proprio vicina all’ex passaggio a livello ferroviario di cui il Sindaco Peppino Mancuso ci ha liberati ventitré anni fa – Forse la più piccola delle vie nissene, di sicuro la meno frequentata del quartiere “delle Calcare” – Una via che sembra quasi “inventata” per impiantarvi un cartello e intitolarla al nostro concittadino agente di pubblica sicurezza.

Luigi  Bruno, di servizio nella questura della italianissima Fiume (oggi Rijeka) dove viveva con la famiglia, alla “fine delle ostilità” (maggio del 1945) andò in questura a consegnare l’arma così come era stato ordinato dalle nuove autorità iugoslave, e non fece mai più ritorno a casa. Fece così la fine di migliaia di italiani vittime innocenti della barbarie dei partigiani comunisti di Tito. Furono giorni e mesi di violenza, di torture e stupri ai danni di Italiani e Italiane tutti poi barbaramente trucidati e occultati nelle “foibe” carsiche. Una vera e propria carneficina con i tratti della “pulizia etnica” del tipo di quelle alle quali il mondo ha assistito nella metà degli anni novanta – stavolta “in diretta” e senza occultamenti possibili  (vedi strage di Srebrenica ed altre in Bosnia ed Erzegovina e nella stessa Croazia) -.

La storia e le cronache di quelle stragi e persecuzioni avvenute tra il 1943 ed il 1954 in Istria, Slovenia e Dalmazia furono invece scientificamente occultate e “infoibate” anch’esse. Come per un superiore fine o impegno assunto, non furono scritte né raccontate per decenni, fino a che non furono nemmeno credute possibili. Tutt’ora anche in Italia, bene che vada, restano verità scomode e molto lontane pur essendo avvenute a danno di italiani e solo dall’altra parte dell’Adriatico.

Oggi, la piccola strada “Via Luigi Bruno” e la mesta cerimonia che vi si svolge ogni 10 febbraio, è il composto ma importante contributo della città di Caltanissetta alla “giornata del ricordo”. La cerimonia si svolge da qualche anno ad opera e iniziativa dei ragazzi di “Caltanissetta Protagonista” e soprattutto di Michele Giarratana il quale è stato il primo a Caltanissetta ad intestarsi questa battaglia; non già una battaglia politica ma di verità storica e di giustizia.

E’ d’obbligo ricordare l’impegno di Michele per portare a Caltanissetta il film – regolarmente boicottato – “RED LAND” (prima sala in Sicilia: il cinema Trieste)  e soprattutto il primo convegno sulle “foibe” organizzato da Michele quindici anni fa nella sala consiliare di palazzo del Carmine con la partecipazione della figlia di Luigi Bruno – Anna Maria -, dello storico compianto Marco Pirina e di Roberto Menia. Questi ultimi  prontamente (e naturalmente) infangati dalla vulgata di sinistra che non ha mai fatto i conti con se stessa e con nessuno degli eccidi della fine della guerra ed è sempre pronta a seppellire non solo la verità ma la stessa cronaca sui fatti avvenuti mettendo avanti lo scudo delle persecuzioni nazi-fasciste. Tanto che è ovvio chiedersi: se davvero non avvennero quelle discriminazioni, persecuzioni e orrende stragi ad opere dei “titini”, o se furono giuste o solo conseguenziali, perché non se ne deve parlare? Ma facciamo finta di essere davvero ingenui e di non pensare che si vogliano invece nascondere a tutti i costi le responsabilità, le connivenze e le complicità italiane – tutte comuniste – agli eccidi avvenuti alla fine della guerra (vedi anche “eccidio di Porzûs e Brigata Osoppo”). Sta di fatto che le formazioni partigiane comuniste “garibaldine” su ordine del PCI dalla fine del 1944 erano state accorpate alle formazioni titine, alle dipendenze dirette del IX Korpussloveno.

La mattina del 10 febbraio alle 10,30 a Caltanissetta in mancanza di una lapide o un cippo che ricordi il nostro concittadino, si depongono dei fiori al piede del cartello viario di Via Luigi Bruno e si osserva il silenzio del ricordo.

Il ricordo non solo di Luigi Bruno e dei circa 18.000 italiani (il conto approssimativo è stato fatto è fatto in m3 di ossa umane ritrovate nelle orrende cavità carsiche chiamate foibe), e non solo delle mamme e bambini della strage di Vergarolla  (Pola 18 agosto 1946), ma anche e soprattutto del maledetto esodo di circa 400.000 italiani (istriani, fiumani e giuliano dalmati) che tra il 1943 e il 1954, si sono dispersi non soltanto nel resto d’Italia ma nel mondo – moltissimi andarono in sud America, in Australia, in Canada e negli Stati Uniti, per non fare più ritorno -.

Un “ricordo” mancato per troppi anni  – la legge n. 92 che lo istituisce il Giorno del ricordo è solo del 30 marzo 2004. Sessant’anni di silenzio e reticenza organizzata durante i quali i libri scolastici di storia (i famigerati Camera e Fabietti) hanno liquidato la questione in due righe mentre la cultura storica ufficiale ha taciuto vergognosamente: personalmente non ho trovato alcuna traccia della voce “foiba” o “foibe” nei 58 volumi dell’Enciclopedia Italiana – Istituto Giovanni Treccani – edizioni Poligrafico dello Stato – che ho comprato nel ’92. (16 milioni di lire – sic!) – naturalmente non nei 35 volumi dell’enciclopedia che sono troppo vecchi, ma neanche in nessuno dei 13 volumi di aggiornamento in appendice – dove alla “F” sono giustamente contenute le voci Fò (Dario) e Foà (Vittorio) – e neanche nei modernissimi 10 volumi dell’ “Enciclopedia del Novecento”. A onor del vero ho trovato la voce “Foibe” espressa stringatamente e timidamente in poche righe dell’enciclopedia “giovanile” Rizzoli Larousse.  E poi…i “colti” snobbano Wikipedia dove l’argomento è abbondantemente trattato.

Sessant’anni di silenzio e di profonda ingiustizia pretesi, programmati e ordinati dal PCI: non poteva certo essere “spontaneità di popolo” ciò che è accaduto alla stazione di Bologna quando il 18 agosto 1947, un treno in transito pieno di profughi italiani fuggiti da Pola sul piroscafo “Toscana” dopo la strage di Vergarolla – la voce “Vergarolla” si trova sempre e solo su Wikipedia – venne preso a sassate da energumeni che sventolavano la bandiera rossa con la falce e martello e che rovesciarono sulle rotaie i secchi di latte destinato dalla croce rossa ai bambini in grave stato di disidratazione che erano su quel treno. Quei viaggiatori erano solo colpevoli di avere lasciato un “paradiso comunista” che invece, “ingrati”, potevano godersi rimanendo nell’Istria croata.

Sessant’anni di silenzio e di profonda ingiustizia anche da parte dei partiti italiani “anticomunisti”. Non si può non ricordare il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga (certamente un democristiano anomalo) che nel 1991 attraversò a piedi la frontiera tra Italia e Slovenia per andare a inginocchiarsi alla Foiba di Basovizza e chiedere perdono per la memoria negata.

La speranza è che domani, 10 febbraio, alle ore 10,30 molti più cittadini nisseni si rechino all’ex passaggio a livello “delle calcare” alla Via Luigi Bruno per osservare un minuto di silenzio.

La “quasi” certezza  è che la Questura di Caltanissetta, stavolta non manderà, come gli altri anni, una squadra della DIGOS per mantenere l’ordine in una “manifestazione politica” (una ventina di persone e un mazzo di fiori) e manderà invece un picchetto con il labaro della Polizia di Stato per rendere i dovuti onori al loro collega agente di P.S. Luigi Bruno, caduto nell’adempimento del proprio dovere a Fiume, provincia italiana del Carnaro.   La “quasi” certezza viene anche dal fatto che alle manifestazioni organizzate dall’Amministrazione Comunale di Catanzaro per il “Giorno del Ricordo”, alle quali è stata invitata anche Anna Maria Bruno,  partecipa anche il sindacato di polizia FSP per onorare i poliziotti vittime delle foibe: 89 poliziotti della Questura di Fiume, tra i quali Luigi Bruno, 90 poliziotti della Questura di Gorizia e 150 poliziotti della questura di Trieste.

Arcangelo Pirrello