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Caltanissetta, esiti tamponi ASP attesi da 6 giorni: figlio (ufficiosamente) positivo Covid e madre con post operatorio da monitorare

Redazione 2

Caltanissetta, esiti tamponi ASP attesi da 6 giorni: figlio (ufficiosamente) positivo Covid e madre con post operatorio da monitorare

Mar, 28/12/2021 - 08:42

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L’ASP di Caltanissetta continua ad avere difficoltà nella gestione degli esiti dei tamponi molecolari ai cittadini che si sono sottoposti al controllo perché risultati positivi a un controllo rapido o hanno avuto contatti con positivi al Covid.

Il problema, però, è che l’incremento dei casi ha fatto “lievitare” anche il tempo di attesa e una risposta viene desiderata più che un regalo di Babbo Natale da trovare sotto l’albero.

Avevamo raccontato il caso di una famiglia che quasi 2 settimane fa aveva atteso fino a 4 giorni l’esito del tampone. Avevamo provato a chiedere chiarimenti all’ASP di Caltanissetta ma non ci era stata fornita alcuna risposta né offerta la possibilità di parlare con il responsabile del servizio.

Sono tante, però, le segnalazioni che continuano ad arrivare alla nostra redazione e i racconti di persone che, per avere una risposta, sono dovuti pure andare a chiedere sostegno alle forze dell’ordine senza, però, avere successo.

Quella che state per leggere è un’altra storia di “vittime” di un sistema che non riesce a rimettersi in linea con le comunicazioni degli esiti di tamponi effettuati dal suo stesso laboratorio di analisi.

“Mio figlio ha effettuato un tampone molecolare il 22 dicembre e noi, a oggi, 28 dicembre non abbiamo ricevuto comunicazione dell’esito da parte degli enti competenti e neanche una notifica di isolamento”.

Il racconto di questa donna è chiaro, basato non sulle emozioni alterate di chi avrebbe voluto trascorrere una vigilia di Natale con un cenone in famiglia o giocate a carte tra amici ma sull’indignazione dato che, “solo tramite un amico compiacente”, è riuscita a sapere che l’esito del molecolare del figlio è risultato positivo al Sars Cov-2.

“Io e mio marito potremmo benissimo uscire da casa e propagare il contagio perché nessuno ci ha ufficialmente comunicato lo stato di positività e il conseguente obbligo di isolamento”.

Le opzioni al vaglio, per questa famiglia, erano due.

La prima era quella di comportarsi con leggerezza “rispettando la legge” per la quale i conviventi con il soggetto “in quarantena” sono liberi di uscire e avere contatti con altre persone fino a differente comunicazione da parte dell’ASP.

La seconda, quella che con responsabilità hanno scelto di seguire, era quella di restare chiusi a casa in attesa di un tampone che avrebbe permesso di capire se anche loro erano positivi al Covid e dovevano attendere il decorso della malattia o se, invece, potevano essere liberi di uscire perché assolutamente certi di essere negativi al virus.

Una scelta che, però, causa delle conseguenze che non sempre sono facili da gestire o adottare.

“Mio marito si sta astenendo dall’andare a lavoro per paura di poter essere positivo e contagiare i colleghi ma è un’assenza ingiustificata dato che non abbiamo nessun provvedimento di isolamento. Io, invece, ho subito di recente un intervento e mi trovo in convalescenza”. Per la signora, dunque, non c’è nessun problema di lavoro peccato che, in seguito all’operazione, le sono stati dati dei punti di sutura che si sarebbe dovuta far togliere all’ospedale Sant’Elia.

Condizionale d’obbligo dato che la struttura che non comunica l’esito positivo del tampone al figlio è la stessa che, al contempo, le vieterebbe l’accesso perché entrata in contatto con un positivo.

“Quando hanno chiamato il 22 dicembre, unica e sola volta con la quale ho avuto un contatto con un operatore ASP, mi hanno comunicato di portare il bambino al drive-in perché il suo pediatra aveva segnalato l’esito positivo di due test rapidi. Io ho spiegato la mia situazione di salute, la necessità di dover andare al Sant’Elia per la rimozione dei punti e l’eventuale procedura da seguire dato che, senza alcun tampone molecolare, anche io sarei potuta essere positiva al Covid. Al telefono mi hanno risposto che l’ospedale non mi avrebbe preso in carico come paziente e mi hanno consigliato di mettere la mascherina FFP2 e andare dal medico di base per farmi togliere i punti”.

A questo punto questa donna si è trovata davanti a un altro bivio.

La prima strada è quella di seguire il “consiglio ufficioso”, sperare di essere negativa o fare particolare attenzione a non toccare nulla, e andare dal proprio medico per la rimozione dei punti. Non è dato sapere, però, come avrebbe fatto nel caso in cui il medico avesse chiesto, prima di intervenire, se aveva avuto qualche contatto con positivo.

La seconda è quella di agire “diversamente”. La donna, però, ammette di aver avuto la possibilità di risolvere la situazione in modo autonomo ma si chiede cosa debba fare chi non ha questa opportunità. “È costretto ad uscire da casa e diffondere il virus”?

Domanda che presuppone una risposta inquietante.

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