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Il “saluto” del questore Emanuele Ricifari: “Caltanissetta è una città pronta a risorgere”

CALTANISSETTA – Consueto e caotico traffico nell’ufficio del Questore. Riunioni, consulti, telefoni fissi e cellulari che squillano senza sosta. All’apparenza un ‘solito’ lunedì ma, non è così. Oggi quel traffico è più corposo, magmatico, invasivo: per Emanuele Ricifari è l’ultimo giorno alla ‘guida’ della pubblica sicurezza della provincia nissena, da martedì 28 marzo prenderà servizio ad Agrigento.

Un ultimo giorno diverso da quello che viene raccontato nelle iconografie cinematografiche americane, con l’immancabile cartone in cui mettere dentro le proprie cose e la mastodontica tazza di caffè. Approfittando della sua affabile cortesia gli abbiamo ‘strappato’ un’intervista, una serie di pensieri in cui racchiudere tutto quello che ha vissuto nella nostra città, da quando giunse a Caltanissetta, nell’ottobre del 2020.

Inizio “light” con l’immancabile aneddoto leggero e divertente: “Non potrò mai dimenticare quella volta in cui un uomo si presentò al commissariato di Niscemi dicendo, ho violato i domiciliari per venire qui senza permesso, mi dovete portare in carcere. Voglio andare in galera. Non ne posso più di sopportare mia moglie e mia suocera, carceratemi se no “ì ‘ffucu” (ndr. le soffoco)”.

Dal faceto, al serio. La vita del Questore è complicata. Deve puntualmente lasciare una provincia, un team, un tipo di vita, per ricominciare in luoghi diversi: tutto daccapo ma, con analoga passione. Quale è la chiave che ogni volta accende il ‘nuovo’ inizio?

La sfida. Ogni nuovo incarico è una sfida e siccome gli incarichi, nella nostra carriera, sono solitamente per crescente complessità, sono pronto alla sfida. Il capo della polizia, 8 giorni fa mi aveva preannunciato questo trasferimento, ma si pensava avvenisse dopo Pasqua e dopo la festa della polizia. Invece, come spesso capita nel nostro lavoro, i fatti sopravanzano le intenzioni e quindi è diventato urgente che io mi debba presentare domani (ndr martedì 28 marzo) ad Agrigento”.

Inevitabile un compendio sul lavoro svolto: “Spero di avere assolto al mandato che mi era stato dato. Oltre a quello di autorità di pubblica sicurezza generale provinciale, che è proprio della funzione di questore, mi aveva detto l’allora capo della polizia, di mettere la chiesa al centro del villaggio. Di fare in modo che la questura, la polizia, diventassero quello che devono essere secondo la legge di riforma 121 della P.S., il soggetto centrale a cui tutti, istituzioni e cittadini, rivolgono le proprie istanze di ordine e sicurezza pubblica. Ho cercato di farlo con la ‘presenza’. Essendo presenti, in tutti quei gangli vitali, concreti, in quegli interventi in cui è importante che l’attività di polizia, di prevenzione, sia concreta e presente. Per esempio, in città nel progetto Provvidenza”.

Gli affetti. “Lascio in questa città amicizie profonde e sincere. Mi sono trovato molto bene, meglio di quanto mi aspettassi tornando in Sicilia. Una popolazione dotata di una resilienza fuori dal comune che in un contesto di dati negativi, invece esprime molto di positivo. Ingenerosa la classifica che colloca questa provincia al 105simo posto. Mi sono trovato umanamente molto meglio qui, di altri contesti che invece godono di posizioni nettamente migliori in quella classifica”.

I risultati frutto della sinergia. “Un grazie enorme, sentito, e che voglio sia sottolineato al terzo settore, in particolare a Casa Rosetta e ad Etnos. Ci sono stati sempre vicini. Grazie allU.L.E.P.E. (Ufficio Locale di Esecuzione Penale) ed alla dottoressa Rosanna Provenzano che ci ha coinvolto in tutte le situazioni in cui cerchiamo di intervenire nella fase riparativa della pena, per prevenire le recidive di chi ha commesso reati. In particolare per certe forme di reati che sono molto presenti in tutta Italia, ma qui in Sicilia, ed a Caltanissetta, ancor più incisivamente. Soprattutto nel gelese, niscemese, riesino e Caltanissetta (città), problemi di conflittualità violenta tra cittadini, non parliamo di conflittualità criminale, ma di conflitti tra vicini, condomini, di violenza domestica, intra familiare, di genere. Me ne vado sperando di aver fatto quello che dovevo fare. C’è ancora una frazione di ciò che ho fatto, di cui, spero verranno raccolto i frutti, da parte dei miei collaboratori e di chi mi succederà”.

Caltanissetta è Settimana Santa, tradizione e passione: “Purtroppo non assisterò alla Settimana Santa ma, cercherò di essere presente, almeno giovedì per le Vare o venerdì per il Cristo Nero. Colgo l’occasione per rivolgere i miei auguri a Caltanissetta ed ai nisseni, usando una metafora. La Pasqua è la metafora della vita, tutti i cittadini, ciascuno di noi, religiosamente e laicamente, la viva in questo modo: per arrivare alla risurrezione bisogna trascorrere il proprio venerdì santo. Io credo che Caltanissetta il proprio venerdì santo lo abbia trascorso, deve accorciare … il sabato”.

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