Mafia, la lezione del pool di Palermo: rivoluzione per indagini

ROMA – “Il metodo investigativo del pool antimafia di Palermo” e’ il titolo dell’incontro organizzato questa mattina a Roma dalla Scuola superiore della magistratura. Al dibattito, coordinato dal magistrato Giovanni Melillo, hanno partecipato il presidente del Senato, Pietro Grasso e, fra gli altri, la giornalista Marcelle Padovani (che realizzo’ diverse interviste e un libro con Giovanni Falcone) e Giuseppe Di Lello, magistrato del pool palermitano. “Falcone mi disse lascio Palermo perche’ non mi fanno piu’ inchieste di mafia, mi danno solo fascicoli sui furti di elettricita’ allo Zen”, ha raccontato Padovani. “Fu allora -ha proseguito – che gli proposi di fare il libro, ripensandoci capii che li avessi forzato la mano ma ne valeva la pena”. Per Falcone, ha spiegato Padovani “la mafia e’ qualcosa che ci rassomiglia. La mafia non e’ figlia della poverta’, ma della ricchezza. La mafia passera’ dal pizzo alla partecipazione finanziaria”. Inoltre, c’e’ “un rapporto stretto fra mafia e corruzione”. Padovani ha poi affermato: “La mia impressione e’ che Falcone oggi si sentirebbe ancora piu’ solo, soprattutto per alcuni atteggiamenti di suoi colleghi palermitani”.
Il giudice Di Lello ha ripercorso alcune tappe dell’impegno del pool di cui faceva parte: “Nonostante in quegli anni fosse stata azzerata tutta la classe dirigente siciliana, a livello nazionale” le uccisioni e la situazione “erano viste come un fatto regionale, in quanto erano gli anni del terrorismo. A succedere a Chinnici il Csm nomina Caponnetto che si precipita a Palermo con idee nuove. Bisognava avere una visione d’insieme e Caponnetto l’aveva. Ad un certo punto la regola era – ha continuato Di Lello – niente sciatterie nelle indagini, fino a quel momento le indagini erano state fatte in maniera burocratica. Avevamo il dovere di correre ovunque ci fosse un elemento che ci riportasse alla mafia. Un’altra delle regole era: “Le indagini erano indagini serie che non lasciavano niente al caso”. Infine la ricetta fondamentale “era il silenzio. Ad esempio di Buscetta – commenta il magistrato -, per tre mesi nessuno seppe una parola sui verbali. Oggi sui giornali vediamo il giorno dopo le parole dei pentiti, dei testimoni”. Infine Di Lello ha ricordato che Falcone, nonostante i torti subiti, “era rispettosissimo delle istituzioni e non ha mai pensato di mettere in discussione l’ordine costituito, mai voluto o pensato di mettere in crisi le istituzioni. Le polemiche – conclude – le abbiamo fatte io, Borsellino e Caponnetto ma non lui, anzi si arrabbiava”.
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