Rosario Amico Roxas: Gustavo Zagrebelsky e Matteo Renzi

CALTANISSETTA – RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO. L’’incontro su “La 7” di venerdì 30 settembre 2016 tra il prof. Zagrebelsky, già Presidente della Consulta, e Matteo Renzi, Presidente del Consiglio, moderati da Mentana, è apparso, al telespettatore distratto, come un dialogo tra sordomuti con l’’insistenza dei non-dialoganti a insistere sulle proprie opinioni.

Ma una frase di Zagrebelsky è riuscita, da sola, a chiarire l’’impostazione mentale e culturale di ciascuno dei due, quando il professore, con il piglio del rigoroso docente, ha affermato: Ma le regole non rendono forte nessuno se di suo è debole”; in pratica ha smontato tutte le affermazioni di Renzi, facendo capire come l’’itinerario dell’attuale Presidente del Consiglio non fa altro che ribadire il metodo berlusconiano di trarre forza non dalla propria autorevolezza, bensì dall’’uso spregiudicato dell’’autorità che carpisce con l’’uso del  potere, dandosi norme e leggi disegnate sulle proprie esigenze di una legalità di comodo, nonché sui propri bisogni di ordine penale (abolizione del reato di falso in bilancio e relative assoluzioni “essendo stata modificata la legge”; o anche la riduzione dei termini di prescrizione, con numerosi processi a carico,   andati in fumo e spacciati per assoluzione).

In pratica, quando manca l’’autorevolezza non riesce facile o possibile surrogarne l’’assenza forzando l’’autorità. La riforma della Costituzione, voluta e imposta da Renzi ad una maggioranza parlamentare raccogliticcia, occasionale e quanto meno discutibile, è rivolta a dilatare il potere del premier, fornendogli una maggioranza che non corrisponde alla volontà del popolo sovrano, che finisce con il perdere quel potere che l’’attuale Costituzione gli conferisce con l’’art 1:

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

 Questo tipo di maggioranza prospettato non premia la competenza, il rigore, la trasparenza, bensì  l’’imposizione “ope legis” di scelte politiche, sociali, finanziarie che non guardano al bene comune, mortificando il welfare.

Poiché non piace a Renzi (né a Berlusconi) il vincolo rappresentato dal potere del popolo, allora non resta che modificare la Costituzione a proprio uso e consumo.

Da qui la necessità di dare al Premier potere e autorità, riconoscendo la mancanza di autorevolezza.

Renzi, sulle orme di Berlusconi, ritiene  che da una consultazione elettorale debba sortire un vincitore e un vinto, uno sconfitto, che nella dinamica politica non avrà alcuna voce in capitolo; Zagrebelsky ha smontato, da professore, la disordinata dialettica di Renzi affermando:

Le elezioni in democrazia non si vincono. Chi prevale nelle elezioni non ha ‘vinto’ ma è colui che gli elettori hanno incaricato di un grave compito. Mentre il ‘vincere’ comporta che ci siano degli ‘sconfitti’, che non conteranno nulla”.

Non so se il telespettatore medio abbia afferrato la dotta concettualità di Zagrebelsky, o si sia lasciato ammanettare dalla facile predisposizione renziana a rivoltare i concetti. I rischi di una deriva autoritaria emergono dalla esposizione efficace del professore, che ha affermato:

 Con questa riforma ci sono due rischi: quello di una concentrazione dei poteri al vertice e quello di passare dalla democrazia all’oligarchia

 Renzi è apparso una fotocopia mal riuscita di quel Berlusconi all’esordio della sua “discesa in politica”, quando vennero incolonnate le truppe mercenarie sotto la falsa bandiera del liberalismo democratico, che nascondeva l’interesse privato del solo gaudente padrone e signore che dominò quella scena per venti lunghi e infruttuosi anni, trasformandolo in liberismo, che ne rappresenta l’intera negazione.

Renzi ha arruolato le sue truppe mercenarie, da Alfano a Verdini, con la segreta speranza di carpire i voti della destra, infatti ha affermato che la consultazione referendaria “si vince con i voti della destra”, risuscitando Berlusconi dal suo letargo politico.  Invito gli amici lettori a rileggere il testo dell’intero incontro, dove emerge la chiarezza dottrinale di  Zagrebelsky e la vocazione parolaia di  Renzi, con lo sfondo della Nazione Italia sull’orlo della ingovernabilità.

Rosario Amico Roxas

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  • Ho apprezzato molto la riflessione e l’analisi del dibattito tra due personaggi culturalmente così diversi. Temo che il professore abbia sottovalutato la necessità di semplificare l'esposizione dei punti chiave e delle ragioni del dissenso. Ad un certo punto, la discussione si è fatta troppo "tecnica" (modalità di elezione del presidente della Repubblica, mi pare), e anche ascoltatori attenti come me, in possesso di una discreta cultura di base, si sono arresi. La trasmissione mi ha confermato, comunque, lo scarso spessore di matteo renzi.

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