L’inchiesta. L’Italia e il lavoro “nero”: oltre 3,3 milioni di “sommersi”, evasi oltre 108 miliardi all’anno.

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ROMA – Piu’ lavoro nero. E’ cosi’ che in Italia l’economia sommersa ha sfruttato la crisi, cambiando gli equilibri delle sue variabili principali stringendo la sua morsa sulla parte piu’ esposta e meno difesa: i lavoratori. I dati allarmanti emergono dal focus Censis – Confcooperative “Negato, irregolare, sommerso: il lato oscuro del lavoro” presentato a Roma, secondo cui tra 2012 e 2014 l’evasione contributiva ha raggiunto quota 107,7 miliardi di euro all’anno.
Nel periodo 2012-2015 (ultimi dati disponibili), mentre l’occupazione regolare si e’ ridotta del 2,1%, l’occupazione irregolare e’ aumentata del 6,3%, portando cosi’ a oltre 3,3 milioni i lavoratori che vivono in questo cono d’ombra non monitorato. Il record del nero va alle famiglie: tra le mura domestiche sono irregolari 6 lavoratori su 10.
“Attraverso questo focus – dice Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative – denunciamo ancora una volta e diciamo basta a chi ottiene vantaggio competitivo attraverso il taglio irregolare del costo del lavoro che vuol dire diritti negati e lavoratori sfruttati. Se le false cooperative sfruttano oltre 100.000 lavoratori, qui fotografiamo un’area grigia molto piu’ ampia che interessa le tantissime false imprese di tutti settori produttivi che offrono lavoro irregolare e sommerso a oltre 3,3 milioni di persone”.
La crisi ha prodotto un abbassamento della soglia di continuita’, permanenza e stabilita’ del reddito e del lavoro che per molti si e’ tradotto in una rincorsa affannosa a “un lavoro a ogni costo”, all’accettazione di condizioni lavorative peggiorative e, nello stesso tempo, alla diffusione di comportamenti opportunistici che hanno alimentato l’area dell’irregolarita’ nei rapporti di lavoro, l’evasione fiscale e contributiva, il riemergere di fenomeni di sfruttamento del lavoro.

A META’ DEI DISOCCUPATI DELLA CRISI RISUCCHIATI NELL’ILLEGALITA’: Nel periodo 2012-2015 ,mentre nell’economia regolare venivano cancellati 462 mila posti di lavoro (260 mila riconducibili a lavoro svolto alle dipendenze e 202 mila nell’ambito del lavoro indipendente), la schiera di chi era occupato illegalmente cresceva di 200 mila unita’, arrivando a superare quota 3,3 milioni. All’espansione del lavoro non normato ha contribuito in maniera prevalente l’occupazione dipendente (+7,4%), mentre sul fronte dell’occupazione regolare e’ la componente indipendente che, in termini relativi, ha subito un maggiore ridimensionamento (-3,7%).
– LAVORO DOMESTICO, ALLE FAMIGLIE IL RECORD DEL NERO: La graduatoria delle attivita’ a piu’ ampio utilizzo di lavoro sommerso vede ai primi posti quelle legate all’impiego di personale domestico, con un tasso di irregolarita’ – dato dal rapporto fra occupati irregolari e il totale degli occupati – che sfiora ormai il 60% (quasi quattro punti in piu’ nel 2015 rispetto al 2012). “Va fatta una distinzione tra i livelli di irregolarita’ di una badante e quella di un lavoratore sfruttato nei campi o nei cantieri o nel facchinaggio. Il primo – aggiunge Gardini – seppur in un contesto di irregolarita’, fotografa le difficolta’ delle famiglie nell’assistere un anziano, un disabile o un minore. Le famiglie evadono per necessita’. Negli altri casi si tratta di sfruttamento dei lavoratori che nasce solo per moltiplicare i profitti e mettere fuori gioco le tantissime imprese che competono correttamente sul mercato”. A seguire, ma con tassi piu’ che dimezzati, e’ nell’ambito delle attivita’ agricole e del terziario che permane uno stock di occupati non regolari: nel primo caso il tasso e’ del 23,4%, mentre nel secondo – e nello specifico delle attivita’ artistiche, di intrattenimento e di altri servizi – risulta di poco inferiore (22,7%). Piuttosto elevata la quota di irregolari nel settore alloggi e ristorazione, con il 17,7%, e nelle costruzioni (16,1%). Piu’ contenuti rispetto alla media riferita al totale delle attivita’ economiche (13,5%), ma in ogni caso in crescita nel 2015 rispetto al 2012, i valori relativi a trasporti e magazzinaggio (10,6%), al commercio (10,3%).
CALABRIA, CAMPANIA, PUGLIA E SICILIA LE REGIONI “SOMMERSE”: Sul piano territoriale, Calabria e Campania registrano le percentuali piu’ alte di incidenza del lavoro irregolare sul valore aggiunto regionale (rispettivamente il 9,9% e l’8,8%), seguite da Sicilia (8,1%), Puglia (7,6%), Sardegna e Molise (entrambe con il 7%).

CON IL NERO COSTO DEL LAVORO DIMEZZATO: Le imprese che ricorrono al lavoro irregolare riducono il costo del lavoro di oltre il 50% mettendo spesso fuori mercato le aziende che operano nella legalita’. Mettono una grave ipoteca sul futuro dei lavoratori lasciandoli privi delle coperture previdenziali, assistenziali e sanitarie per un’evasione contributiva pari a 10,7 miliardi. Secondo la Commissione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva, istituita presso il Mef, considerato l’insieme delle attivita’ economiche, il salario medio orario sostenuto dalle imprese per retribuire un lavoratore regolare dipendente e’ di 16 euro; il salario pagato dalle aziende per un lavoratore irregolare corrisponde a 8,1 euro cioe’ circa la meta’ del salario orario lordo del lavoratore regolare. Il cosiddetto monte salariale irregolare nel 2014 ha raggiunto i 28 miliardi di euro, pari al 6,1% del valore complessivo delle retribuzioni lorde. Nel settore industriale si registra il divario maggiore tra retribuzione lorda oraria regolare e retribuzione percepita da un lavoratore irregolare (il 53,7% in meno), seguono i servizi alla imprese (-50,3%), dove in ogni caso gli importi dei salari orari lordi dei regolari sono di base piu’ alti se confrontati con le altre attivita’ economiche (rispettivamente 17,7 euro per il settore industriale e 19,1 euro per i servizi alle imprese). Nei servizi in generale lo scarto e’ di 46,8%, nelle costruzioni del 41,4%. In agricoltura, dove la retribuzione oraria e’ piu’ bassa, la differenza non supera il 36% (35,7).
– EVASI OLTRE 100 MLD ALL’ANNO: L’evasione tributaria e contributiva, nel periodo 2012-2014, ha raggiunto una media annua di 107,7 miliardi di euro, 97 dei quali riconducibili all’evasione tributaria e 10,7 all’evasione contributiva. Fra le voci piu’ rilevanti dell’evasione si distingue quella relativa all’Iva che sfiora i 36 miliardi di euro e quella da mancato gettito dell’Irpef derivante da lavoro e impresa, pari a 35 miliardi di euro. La sola Irap fa registrare una mancata contribuzione di 8,5 miliardi. Il mancato versamento dei contributi risulta pari a 2,5 miliardi per il lavoratore dipendente e a 8,2 per il datore di lavoro.